Torna libero l’imprenditore edile Angelo Simeoli, ai domiciliari dal gennaio del 2020. L’uomo era stato arrestato con l’accusa di corruzione aggravata in concorso tesa a favorire il clan Polverino, nell’ambito di un processo che vede coinvolti, tra gli altri, gli imprenditori Aniello e Raffaele Cesaro, fratelli del parlamentare forzista Luigi, e l’ex sindaco di Marano, Mauro Bertini, anche loro imputati per corruzione.

Marano, torna libero l’imprenditore Simeoli

A decidere per la liberazione di Simeoli i giudici del collegio di Napoli Nord in accoglimento della richiesta di scarcerazione presentata dagli avvocati Giovanni Lo Russo e Silvio Auriemma.

La vicenda risale al 2017. Secondo le indagini, condotte dai Carabinieri del reparto anticrimine di Napoli, gli imprenditori santantimesi Aniello e Raffaele Cesaro, in società occulta con esponenti del clan Polverino, egemone a Marano, e sovvenzionati dal boss dell’omonima cosca criminale, Giuseppe Polverino, alias o’ Barone, erano riusciti ad aggiudicarsi la concessione per l’esecuzione dei lavori di realizzazione del Pip (Piano di insediamento produttivo) della città a Nord di Napoli.

Grazie agli accertamenti di tipo patrimoniale e bancario e alle dichiarazioni rese dagli indagati successivamente all’operazione del maggio 2017, gli investigatori hanno ricostruito quale ruolo avessero avuto alcune figure appartenenti all’amministrazione comunale di Marano e il tipo di coinvolgimento dell’imprenditoria locale. Secondo l’accusa, l’ex primo cittadino di Marano, Mauro Bertini, oggi ai domiciliari, avrebbe ricevuto la somma di 125mila euro da parte dei fratelli Cesaro e in cambio avrebbe favorito l’aggiudicazione dell’appalto per oltre 40 milioni di euro alla società riconducibile agli imprenditori di Sant’Antimo.

Il ruolo di Simeoli

Nell’ambito di questo contesto sarebbe intervenuto Angelo Simeoli, alias Bastone. L’imprenditore, già a processo per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e fino a oggi agli arresti domiciliari, avrebbe incassato, celando tali operazioni, cinque assegni bancari per 62 mila e 500 euro, somma poi fatta avere a Bertini, a saldo di altri 50mila euro, corrisposti in contanti direttamente dai fratelli Cesaro.

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