Ad Aversa si contano i consiglieri. Ancora una volta. Si contano i presenti, si pesano gli assenti, si interpretano i silenzi. Il conto che resta da fare è quello del tempo perduto dalla città.
Le dimissioni di Franco Matacena riportano il Comune davanti a una domanda che attraversa ormai più amministrazioni: perché ad Aversa è così difficile dare continuità al governo di turno? Cambiano i sindaci, si ricompongono le alleanze, si annunciano nuovi inizi. Poi arriva una seduta decisiva e tutto torna in discussione. Anche ciò che gli elettori pensavano di avere già deciso. Dopo le conclusioni anticipate delle amministrazioni Sagliocco, De Cristofaro e Golia, Aversa rischia ora la quarta interruzione consecutiva.
Basta riavvolgere il nastro di tre anni fa. Il 10 ottobre 2023 l’amministrazione di Alfonso Golia si fermò sul bilancio preventivo: dodici voti favorevoli, dodici contrari e l’astensione decisiva del presidente del consiglio comunale Roberto Romano. Golia annunciò le dimissioni.
Ieri mattina il Consiglio avrebbe dovuto discutere del Piano urbanistico comunale. Tutto saltato. Allora il bilancio, oggi il Puc. Due passaggi diversi, entrambi essenziali: le risorse da impiegare, il territorio da progettare. Proprio quando deve decidere, la politica aversana si ritrova a discutere della propria sopravvivenza.
Le responsabilità vanno distinte, senza distribuirle in parti uguali per comodità. Matacena deve rispondere della tenuta della coalizione che ha guidato, delle decisioni prese e di quelle rinviate. I consiglieri devono spiegare le proprie scelte, comprese le assenze. Il dissenso è legittimo. Una sedia vuota può mandare un messaggio preciso al sindaco. Ai cittadini bisogna anche spiegarlo.
Da agosto, dopo la revoca dell’incarico all’ex vicesindaco Alfonso Oliva, è rimasto aperto il nodo delle deleghe. Le settimane sono passate, il nodo è rimasto. Come i malumori che da tempo agitano la maggioranza e il braccio di ferro tra Matacena e il presidente del consiglio comunale Giovanni Innocenti, leader di Aversa Moderata. Fino alle dimissioni protocollate ieri pomeriggio.
Eppure una città non può vivere al ritmo delle verifiche di maggioranza. Ha bisogno di decisioni che durino abbastanza da produrre effetti, di amministratori capaci di affrontare un conflitto interno prima che diventi una paralisi. Ogni crisi assorbe tempo, energie, attenzione. Il prezzo si misura anche nelle questioni che scivolano in fondo all’agenda mentre gli equilibri interni tornano in cima.
Sarebbe facile archiviare tutto con una condanna generica della politica. Troppo facile. Aversa ha bisogno di responsabilità precise e impegni verificabili. Chi si presenta agli elettori deve spiegare che cosa intende fare dopo il voto. E su quali scelte è disposto a misurare la tenuta del proprio governo.
Ora ci sono venti giorni. Matacena potrà confermare le dimissioni o ritirarle. Ma la città non può fermarsi a questo calendario. La politica deve dire quale direzione vuole prendere, davanti a sfide che richiedono impegno e lungimiranza.
Oltre 50mila abitanti, il Tribunale di Napoli Nord, l’ospedale, servizi che richiamano ogni giorno persone dall’area Nord e dall’Agro Aversano. E poi la storia, l’arte, il patrimonio della città delle cento chiese. Chi la governa dovrebbe avere un’ambizione all’altezza. A forza di crisi, trattative, accordi fragili e decisioni rinviate, ogni volta si annuncia un nuovo inizio, ogni volta si rischia di ritrovarsi al punto di partenza.
Aversa merita di rinascere. Ma la fenice appartiene al mito: alle città servono amministratori capaci. Persone che sappiano trasformare il patrimonio in opportunità, i servizi in qualità della vita. Che abbiano idee da realizzare e la capacità politica di portarle fino in fondo.
Aversa può avere un ruolo di primo piano nella provincia di Caserta e in Campania. Richiede però un governo che sappia guardare oltre i giochi di potere. Oggi la domanda riguarda il futuro di Matacena. Ma la politica deve rispondere anche di quello di Aversa.
L’editoriale di Silvia D’Angelo







