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Esposti anonimi contro uno o più ufficiali dei carabinieri, accessi abusivi al sistema informatico e presunte “soffiate” che avrebbero favorito alcuni esponenti dei clan Cimmino, Caiazzo, Polverino.

E’ quanto emerso nel corso di un’inchiesta condotta dalla Dda di Napoli nei confronti di quattro carabinieri che hanno svolto – almeno fino a qualche mese fa – il proprio ruolo di ufficiali di polizia giudiziaria all’Arenella e in altri uffici dell’Arma a Napoli. A darne notizia è Il Mattino.

Accessi abusivi al sistema informativo e soffiate

L’inchiesta ha imposto ai vertici dell’Arma di compiere verifiche su alcune attività investigative condotte dalla compagnia Vomero, in relazione alla cattura di alcuni latitanti, all’appalto del servizio mensa, ma anche alla registrazione di armi e soldi sequestrati anni fa in più operazioni.

Le indagini sono state delegate dalla Procura agli stessi carabinieri del comando provinciale di Napoli, in un clima di piena fiducia e trasparenza tra istituzioni.

Il tutto ha avuto inizio ad aprile, con un blitz a sorpresa. I militari sequestrarono cellulari e computer dei quattro carabinieri. Gli stessi si sono rivolti al Riesame e successivamente si sono recati al cospetto dell’autorità giudiziaria per la copia forense del contenuto dei propri archivi.

I carabinieri indagati

Tutto ruota attorno alla figura del luogotenente G.A., il quale oggi si difende dall’accusa di “violazione di atti coperti da segreto d’ufficio e di accesso abusivo nel sistema informatico di sicurezza, con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di aver agevolato l’associazione mafiosa definita clan Cimmino-Caiazzo-Brandi”. Ma il quadro che emerge è decisamente più complesso.

Contro G.A., c’è anche il sospetto di un suo ruolo nella redazione di alcuni esposti anonimi finalizzati a colpire ex ufficiali in servizio al Vomero-Arenella (che non risultano indagati, ndr).

Fatto sta che per uso abusivo di sigilli e strumenti veri e per violazione di pubblica custodia, sotto accusa finiscono il carabiniere D.M., in concorso con il luogotenente G.A. Il motivo? Avrebbero redatto “un esposto anonimo nel quale venivano rappresentati fatti asseritamente accaduti, a proposito della presunta scomparsa di una somma di denaro di sequestrata nell’anno 2007, ammontante ad euro 245, ripianata a seguito di una colletta fatta da alcuni graduati e militari di quello stesso ufficio”, con tanto di sigillo dell’arma.

Poi ci sono accuse di violazione di atti coperti e di corruzione nei confronti dell’ufficiale E.D.N., che dovrà difendersi per “aver rivelato notizie coperte da segreto istruttorio al luogotente G.A., a proposito di alcuni esposti anonimi che sarebbero stati inviati da G.A. al comando legione dei carabinieri su presunti comportamenti irregolari tenuti da alcuni militari in servizio presso la compagnia Vomero”.

Le soffiate

Soffiate in cambio di favori. Stando alle indagini, l’ufficiale avrebbe accettato da G.A. la “promessa di una “pedaliera” per la sua auto (valore 500 euro)”.

Stessa accusa mossa nei confronti del brigadiere L.B., che avrebbe informato il luogotenente dello stato delle indagini (anche sotto il profilo disciplinare) dopo gli esposti spediti in questi mesi.

Il luogotenente ha chiesto di sostenere un interrogatorio, oltre a depositare una memoria difensiva. Respinge le accuse di accesso abusivo, prende le distanze dall’ipotesi di aver avuto contatti con il boss emergente del Vomero (ricordando per altro i successi professionali conseguiti nella lotta al crimine organizzato); negando un ruolo nella composizione di anonimi che, dal suo punto di vista, sarebbero una ritorsione per lo zelo professionale mostrato in questi anni.

Anche gli altri militari hanno finora risposto alle domande degli investigatori e dichiarano la propria estraneità rispetto alle accuse finora ipotizzate.



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