Primo Levi, “Se questo è un uomo” nel giorno della memoria

Primo Levi è uno degli scrittori simbolo del giorno della memoria. Intellettuale a tutto tondo, è stato vittima e protagonista dell’Olocausto. “Se questo è un uomo” è il romanzo che l’ha reso celebre e in cui ha sintetizzato l’esperienza vissuta in prima persona in un lager nazista (quello di Monowitz).

Poesia “Se questo è un uomo”

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Commento e parafrasi

Il testo è stato scritto durante gli anni della sua detenzione al campo di concentramento di Monowitz. Primo Levi arriva al campo dopo un lungo viaggio, viene spogliato di tutti i suoi averi, i suoi capelli vengono rasati e per essere riconosciuto i nazisti gli viene tatuano sul suo braccio il numero 174 517. Da quel momento il poeta ha perso ogni suo diritto e viene costretto a lavorare come se fosse uno schiavo, o un animale. Questa condizione viene riassunta nei versi di:”Se questo è un uomo”, che può essere divisa in tre parti. Nella prima comincia nominando le persone a cui sono dirette le sue parole e cioè a noi che siamo sicuri nelle nostre case tiepide e che una volta tornati a casa troviamo il cibo caldo in tavola e le persone amiche o i familiari. Nella seconda, poi, ci invita poi a riflettere chiedendo se si può considerare un uomo una persona che lavora nel fango, che non conosce un attimo di tregua, che lotta ogni giorno per un pezzo di pane e la cui vita è sospesa tra un semplice sì o di un semplice No. Nella terza e ultima parte, lancia un monito: ripetete queste parole ai vostri figli, cada la vostra casa, la mallattia vi blocchi e i vostri figli non vi guardino più. Sono versi duri che contengono un “obbligo” a ricordare e che riassumono l’importanza della memoria per non ripetere gli stessi errori.

Romanzo “Se questo è un uomo”

Si tratta di un’opera memorialistica scritta tra il dicembre 1945 ed il gennaio 1947. Rappresenta la coinvolgente ma meditata testimonianza di quanto vissuto dall’autore nel campo di concentramento di Monowitz. Levi sopravvisse infatti alla deportazione nel campo di Monowitz, lager satellite del complesso di Auschwitz e sede dell’impianto Buna-Werke proprietà della I.G. Farben.

Il testo venne scritto non per muovere accuse ai colpevoli, ma come testimonianza di un avvenimento storico e tragico. Lo stesso Levi diceva testualmente che il libro era «nato fin dai giorni di lager per il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi» ed è scritto per soddisfare questo bisogno. L’opera, durante la sua genesi, fu comunque oggetto di rielaborazione. Al primo impulso da parte di Primo Levi, quello di testimoniare l’accaduto, seguì un secondo, mirato ad elaborare l’esperienza vissuta, il che avvenne grazie ai tentativi di spiegare in qualche modo l’incredibile verità dei lager nazisti.

Il destino del libro doveva rivelarsi in qualche modo imprevedibile, paragonabile da questo punto di vista alla sorte umana con i suoi più impensati alti e bassi. Infatti, il manoscritto fu rifiutato da Einaudi in due occasioni: nel 1947, visto sfavorevolmente sia da Natalia Ginzburg, allora consulente della casa editrice e che comunicò a Levi la bocciatura, sia da Cesare Pavese, secondo il quale erano già usciti troppi libri sui campi di concentramento; nel 1952, morto Pavese, il rifiuto einaudiano si ripeterà. L’autore fu costretto a rivolgersi alla piccola casa editrice Francesco De Silva, che lo stamperà nell’autunno del 1947 in sole 2500 copie. Fu Franco Antonicelli, direttore della casa editrice, a decidere di sostituire al titolo scelto da Levi, I sommersi e i salvati, il celeberrimo Se questo è un uomo. Il successo e la notorietà del libro si fecero attendere fino al 1958, anno in cui l’opera venne pubblicata finalmente proprio da Einaudi nella collana Saggi con un risvolto di copertina anonimo, scritto da Italo Calvino.

Anche dopo la pubblicazione del libro, la scrittura dell’esperienza personale vissuta nel campo di sterminio rimase un rovello perennemente acceso. Successivamente a Se questo è un uomo  Primo Levi pubblicò La tregua, che descrive l’interminabile itinerario nei paesi dell’Europa Centrale che Levi attraversò sulla via del ritorno in Italia dopo la liberazione del campo. Quest’opera deve il suo titolo al fatto di rappresentare una fase in cui la mente del protagonista resta in parte libera dal pensiero assillante della prigionia. Un pensiero che comunque lo avrebbe riassalito al momento di ritornare a casa e anche negli anni successivi. Nel 1986, infatti, pubblicò il saggio I sommersi e i salvati, che ritornava a trattare la tematica del lager nazista.

Si incontrano ripetutamente nel libro riferimenti alla Divina Commedia: la detenzione in un lager viene in qualche modo visto come viaggio nell’oltretomba, in un mondo dal quale si crede di non poter più uscire, similmente a quanto accade nell’Inferno dantesco.

Breve Biografia di Primo Levi

Primo Michele Levi nacque a Torino il 31 luglio 1919. Partigiano antifascista, il 13 dicembre 1943 venne arrestato dai nazifascisti in Valle d’Aosta venendo prima mandato in un campo di raccolta di tutti gli ebrei a Fossoli e nel febbraio dell’anno successivo, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Scampato al lager, tornò avventurosamente in Italia, dove si dedicò con forte impegno al compito di raccontare le atrocità viste e subite.

Laureato in chimica, in alcune delle sue opere appaiono riferimenti diretti ed indiretti a questa branca della scienza in cui era specializzato. Morì nel 1987 a Torino.