Emergono nuovi particolari sull’omicidio di Luigi Esposito, il giornalista trovato senza vita nelle campagne di Eboli nella notte tra il 18 e il 19 luglio. Secondo quanto riferito dall’avvocato del reo confesso Ridha Rahmouni, Giovanni Mauri, dietro il delitto non ci sarebbe un’unica motivazione, ma un insieme di fattori legati sia alle frequentazioni della vittima sia a questioni di natura religiosa.
Omicidio Luigi Esposito, il racconto del reo confesso: tra fede religiosa e presunti contrasti personali
Il legale ha spiegato che il 26enne, durante l’interrogatorio davanti ai magistrati, avrebbe indicato come elementi centrali della vicenda il contesto di relazioni frequentato da Esposito e l’influenza esercitata dalla propria fede musulmana. Rahmouni avrebbe raccontato agli investigatori di aver deciso di interrompere quello che considerava un ambiente di “tentazioni”, sostenendo che il giornalista fosse solito organizzare incontri a pagamento con alcuni suoi connazionali e che avrebbe cercato di coinvolgere anche lui.
Nonostante queste dichiarazioni, gli inquirenti stanno ancora cercando di ricostruire con precisione cosa abbia innescato l’aggressione. Secondo la versione fornita dal giovane, durante l’incontro sarebbe scoppiata improvvisamente una violenta discussione, degenerata fino all’aggressione fisica.
Una possibile ricostruzione
Le indagini hanno ricostruito che la sera del 18 luglio Rahmouni raggiunse Contrada Bivio Cioffi in bicicletta dopo un intenso scambio di messaggi con la vittima. Al culmine del confronto avrebbe colpito Esposito a mani nude, provocandone la morte.
Successivamente, sempre secondo la ricostruzione investigativa, il corpo sarebbe stato nascosto utilizzando teli di plastica, una coperta e sterpaglie, prima di essere dato alle fiamme nel tentativo di cancellare le tracce del delitto. Dall’analisi dei tabulati telefonici effettuata dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Salerno è emerso che i contatti tra Esposito e Rahmouni erano iniziati il 28 giugno, intensificandosi sensibilmente proprio nelle ore precedenti all’incontro fatale.
Dopo l’omicidio, il 26enne si sarebbe rifugiato in un casolare abbandonato, dove è stato individuato e fermato dai militari circa due giorni dopo. L’inchiesta prosegue per verificare la fondatezza delle dichiarazioni rese dal reo confesso e chiarire definitivamente il movente dell’omicidio.






