Della Cultura, ormai, non se ne parla più, se non come del Caro Estinto. Se ne parla, quindi, ma come di una Cosa che non c’è più, e della quale non è stato ancora istituito il giorno della memoria, quello che potrebbe essere, a Giugliano, il nostro Due Novembre.

Il più noto scrittore giuglianese apre il dibattito sulla cultura in città: “A Giugliano non esiste”

La Cultura è come la Democrazia, che, se non la si esercita, si ha la sensazione che non ci sia più. Non a caso, nella fase incipiente di un qualsiasi regime autocratico, è la Cultura, per prima, a farne le spese, attraverso la limitazione della libertà di poter dire qualcosa, o per esplicito divieto coercitivo, o per la sottrazione delle opportunità dialettiche.

Io, che dell’argomento scrivo e parlo da oltre quarant’anni, so per esperienza che a queste due condizioni se ne potrebbe aggiungere un’altra, più deleteria e mortificante, quella dell’indifferenza, che è una sorta di emarginazione perniciosa tesa a fiaccare qualsiasi rigurgito di autodeterminazione sociale, politica e culturale.

Di questo si parla per strada, e nelle riunioni occasionali da marciapiedi, tra le persone rimaste affiliate ai circoli carbonari della Città di Giugliano, ovvero della Cultura e dei suoi squalificanti succedanei, come dire del caffè e del brodo di cicoria, tipico prodotto autarchico in tempo di miseria e di carestia. Ed io, trovandomi ad attraversare, sporadicamente, queste sconfortanti riunioni carbonare, mi soffermo a curiosare, per conoscenza dei soggetti, e mi lascio coinvolgere nel vortice emotivo delle loro incipienti considerazioni, a ciò costretto da una domanda che mi si rivolge quasi come un’accusa: ‘‘Ma tu nun ddici niente?’’.

Mi abbandono, adesso, a delle considerazioni, perché mi si è voluto benevolmente accusare di aver tirato i remi in barca, per non aver più fatto sentire la mia voce, abituato a scrivere, per oltre quarant’anni, di storia, di cultura, di politica e di attualità, schivando le ombre insignificanti di quanti cercavano di darsi una statura sociale saglienno ncopp’ ’e scannetielli.

Ma io non scrivo da quando è finita la carta, da quando subdolamente ci è stata sottratta la libertà di stampa, da quando il parlare è diventato più facile e veloce del pensare, da quando certi personaggi – quelle ombre insignificanti – hanno cominciato a materializzarsi negli ingannevoli ologrammi di se stessi.

Certamente è grave che io non scriva, soprattutto perché continuo a leggere coltivando il proposito di starmene buono, di non mettere piede – cioè – nel pantano, per non sporcarmi le scarpe. Per questo, qualcuno dirà – scandalizzato – che io sono presuntuoso, credendomi di stare al di sopra dei tanti altri che, invece, scrivono, allùccano e si stracciano pubblicamente le vesti per amore di libertà e giustizia.

No: io non mi credo al di sopra di quanti si svegliano al mattino con la fregola di poter dire qualcosa, più veloci e prima degli altri, che disquisiscono – più o meno – del sesso degli angeli; io, semplicemente, rispetto a questi, preferisco starmene da parte, ma non perché non capisco niente di politica, di storia e di cultura. Il mio problema è che non riesco più a capire dove stia la Cultura, con tutto quello che dovrebbe tirarsi appresso.

E qualcuno ancora, a questo punto, immagino vorrá tacciarmi di megalomania, forse perché ho creduto – circa due anni fa – che mi si fosse voluta riconoscere una qualifica oggettiva con l’attribuzione del Premio alla carriera per la Cultura, per gli Awards 2020 istituiti da Tele Club in memoria dell’Avv. Natale Russo.

Ho ringraziato i promotori, per quell’ambìto riconoscimento, ma ho continuato a pensare, senza sedermi a crogiolarmi al sole, ed ho continuato a scrivere qualcosa, che – ovviamente – gli analfabeti non avranno potuto leggere. E sarà per questo motivo che, personalmente, non mi cruccio, e che mi lascio andare alla deriva del mitico fiume Lete, senza lamentare l’assenza

della Cultura e delle sue Associazioni a Giugliano, che – come ormai si usa dire – sono state insieme sistematicamente asfaltate.

Da qualche anno, a Giugliano, non c’è più attenzione per la Cultura, che è diventata la classica Uva acerba della favola di Esòpo. Non c’è attenzione per la Cultura, perché la si vuole credere concettualmente svincolata dalle persone, dagli uomini e dalle donne che, quanto meno, avendo maturate delle esperienze, dovrebbero sapere di che si tratta. Mi si accuserebbe di voler tirare l’acqua dal mio mulino, e di ergermi qual Cicero pro domo sua, se osassi domandare – sempre a proposito di Cultura – che fine ha fatto Giovan Battista Basile.

Ma a chi dovrei domandarlo? Questo è l’attuale dubbio amletico che si potrebbe dibattere in un dimenticato cimitero di periferia, se ormai non ci si invita più a salire sopra le tavole di un palcoscenico. E dico questo anche a nome delle tante e diverse Associazioni Culturali che hanno sempre saputo dare qualcosa di buono e di originale alla Città di Giugliano, per evitare che si spegnesse lo stoppino, e si precipitasse nel buio, quando era poco l’olio nella lanternadella Pubblica Amministrazione.

Abituato ad esprimere delle opinioni in materia di storia, di politica e di cultura, scrivendo sulla carta stampata, quale classico irriducibile giornalista d’antan, non mi sono adattato a confrontarmi su Facebook, e neanche mi sono affacciato sulla piazza mediatica da una qualsiasi altra finestra sociale. Pertanto, volendo cercare uno spazio per queste mie poche considerazioni sulla Questione della Cultura, trovo agevole affidarmi alle testate giornalistiche on-line, quali strumenti redazionali e selettivi, e poi a quanti vorranno ulteriormente promuoverne la divulgazione, sperando che si possa aprire un dibattito serio tra quanti hanno la presunzione o la consapevolezza di sapere che cosa sia e che cosa debba essere la Cultura a Giugliano. In questo senso ho inteso rispondere a quegli amici che, incontrandomi per strada, a fronte del mio riservato silenzio, mi hanno spesso domandato, con intento provocatorio, ‘‘Ma tu nun ddici niente?’’.

Di Emmanuele Coppola

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