È stata la collaborazione con gli investigatori del fratello di uno degli arrestati nell’operazione eseguita ieri a fornire uno dei tasselli più importanti dell’inchiesta sulla banda specializzata nelle rapine con la cosiddetta “tecnica del buco”. Le sue dichiarazioni, dettagliate e successivamente riscontrate dagli accertamenti della polizia giudiziaria, hanno consentito alla Procura di Napoli Nord di ricostruire dall’interno l’organizzazione del gruppo e le modalità utilizzate per mettere a segno alcuni dei colpi più clamorosi degli ultimi anni tra l’area nord di Napoli e il casertano.
I sopralluoghi e lo studio degli obiettivi
Secondo quanto emerso dagli atti, ogni rapina veniva preceduta da una lunga fase preparatoria. Gli appartenenti al gruppo effettuavano sopralluoghi nei pressi degli obiettivi individuati, studiando accessi, sistemi di sicurezza e soprattutto la rete fognaria sottostante. L’obiettivo era trovare il percorso più sicuro per raggiungere il locale da colpire senza essere notati. Le verifiche potevano durare settimane e coinvolgevano più persone, ciascuna con compiti specifici. Una pianificazione meticolosa che, secondo gli investigatori, rappresentava uno dei punti di forza dell’organizzazione.
Le discese nelle fogne e gli scavi
Le informazioni fornite agli investigatori hanno consentito di ricostruire anche la fase più complessa delle operazioni. Gli uomini della banda si introducevano nei cunicoli attraverso i tombini e procedevano nel sottosuolo con attrezzature da lavoro, torce e strumenti per lo scavo. L’obiettivo era raggiungere il punto esatto sotto il negozio o l’istituto di credito preso di mira. Da lì veniva realizzato il foro nel pavimento che permetteva ai rapinatori di accedere direttamente all’interno della struttura, aggirando sistemi di allarme e controlli esterni.
La gioielleria Marotta e il colpo da centinaia di migliaia di euro
Tra gli episodi ricostruiti dagli investigatori figura la rapina alla gioielleria Marotta di Aversa, considerata uno dei colpi più importanti attribuiti al gruppo. Secondo il racconto reso agli investigatori dal fratello di uno degli arrestati, il colpo alla gioielleria Marotta di Aversa sarebbe stato preparato per oltre un mese. Il gruppo, composto da cinque persone, avrebbe trascorso circa venti giorni a scavare all’interno della rete fognaria cittadina per raggiungere il locale dal sottosuolo. Gli uomini entravano nelle fogne attraverso un tombino situato a circa 300-400 metri dalla gioielleria, trasportando mazze, cazzuole, stivali, tute da lavoro e passamontagna.
Per orientarsi avrebbero utilizzato un sistema rudimentale ma efficace: un fazzoletto lasciato all’interno di un tombino come punto di riferimento e il cosiddetto “conteggio dei passi”, replicando sottoterra le misurazioni effettuate in superficie per individuare con precisione il punto sotto il pavimento del negozio. Durante gli scavi uno dei componenti sarebbe rimasto costantemente in strada con il ruolo di palo. Quando notava passanti o situazioni sospette, avvisava i complici battendo i piedi sul marciapiede, facendo cadere una bicicletta o un oggetto pesante, segnali convenzionali che imponevano l’immediata sospensione dei lavori. In alcune occasioni sarebbero state utilizzate anche radioline portatili.
Rumori sospetti
Il racconto svela inoltre un particolare inquietante: alcuni giorni prima della rapina il proprietario della gioielleria avrebbe avvertito rumori provenienti dal sottosuolo, tanto da richiedere un sopralluogo di vigili del fuoco e forze dell’ordine. L’ispezione, tuttavia, non sarebbe riuscita a raggiungere il punto esatto dello scavo. Il giorno successivo, verificato che il materiale lasciato nelle fogne era ancora al suo posto, il gruppo avrebbe deciso di passare all’azione.
La mattina del colpo, raggiunto il punto individuato sotto la gioielleria, gli indagati avrebbero sfondato il pavimento utilizzando un cric e una piastra metallica. Il segnale per entrare sarebbe arrivato dal complice rimasto all’esterno. Uno dei rapinatori sarebbe stato il primo a fare irruzione nel negozio armato di una pistola a salve priva del tappo rosso. Con lui sarebbero entrati altri tre complici. All’interno avrebbero immobilizzato il titolare e due clienti, legandoli ai polsi con fascette e rinchiudendoli in una stanza mentre venivano svuotate cassaforte e vetrine.
Terminato il colpo, la banda sarebbe fuggita percorrendo nuovamente la rete fognaria. Le borse contenenti i gioielli, insieme alle tute e ai passamontagna utilizzati durante l’azione, sarebbero state nascoste nei pressi del tombino di uscita. Secondo il testimone, l’unico oggetto portato via immediatamente sarebbe stato un Rolex sottratto a uno dei presenti in gioielleria. Una volta riemersi in strada, quasi tutti i componenti del gruppo si sarebbero allontanati in sella a biciclette, mentre il palo avrebbe utilizzato un’automobile.
Una struttura organizzata con ruoli ben definiti
Le dichiarazioni raccolte dagli investigatori descrivono un’organizzazione articolata. Alcuni componenti si occupavano degli scavi, altri svolgevano funzioni di vedetta e controllo del territorio, mentre altri ancora curavano la logistica e la gestione del bottino. Una suddivisione dei compiti che avrebbe consentito al gruppo di operare con estrema precisione e ridurre al minimo il rischio di essere scoperti durante le varie fasi dei colpi.
I riscontri degli investigatori
Le rivelazioni del fratello di uno degli arrestati non sarebbero rimaste isolate. Gli investigatori hanno infatti verificato i racconti attraverso intercettazioni, immagini di videosorveglianza, analisi dei tabulati telefonici e altri accertamenti tecnici. Proprio la convergenza tra le dichiarazioni rese e gli elementi raccolti nel corso delle indagini ha contribuito a rafforzare il quadro accusatorio che ha portato all’emissione delle misure cautelari eseguite ieri.






