“Sanremo è un rito”. No, non l’ho pensato io. L’ha affermato ieri il cantautore Roberto Vecchioni nel corso di una trasmissione Rai.

Il “professore artista” il festival della canzone italiana lo ha vinto nel 2011 con il brano “Chiamami ancora amore” e conosce bene il luogo ed il calore irripetibile dell’esibizione “in presenza”.

Dal concetto di rito si può partire per riflettere sulla questione “pubblico all’Ariston”.
Facciamo un passo indietro e riassumiamo la vicenda. In questi giorni addetti alla cultura, direttori artistici e operatori teatrali hanno molto criticato l’idea del pubblico presente al festival di Sanremo in platea e in galleria.

Chi ha innescato la polemica? Il ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini. Il capo del dicastero con un tweet ha affermato in sintesi che “L’Ariston di Sanremo è un teatro come tutti gli altri e quindi, il pubblico, pagante, gratuito o di figuranti, potrà tornare solo quando le norme lo consentiranno per tutti i teatri e cinema.”

Alle parole del ministro, Amadeus, conduttore e direttore artistico della kermesse, ha minacciato di rinunciare alla conduzione e dimettersi dal ruolo.

Sanremo, in Italia, è il fenomeno di costume per eccellenza. Un evento che si ripete da settant’anni. Dal 1977 si tiene al teatro Ariston ma giunge a milioni di italiani attraverso la televisione, dunque è a tutti gli effetti, un evento musicale e televisivo.

Torniamo al rito. Gli antichi romani sulle “liturgie” fondarono il teatro. E Sanremo è un rituale che vede più elementi protagonisti: la ripetitività nel tempo, le canzoni, l’orchestra in scena, l’eleganza dei conduttori, le vallette a corredo, la scenografia fastosa (e costosa), le guest star (anche queste costose), degli outsider, una rivelazione, un vincitore, qualche vinto e, dulcis in fundo, il pubblico, quello istituzionale e incravattato delle prime file e quello popolare della galleria.

L’esibizione è uno scambio di vibrazioni. Come un vento che va avanti e indietro, come un vortice. Questo fenomeno è di particolare importanza per Sanremo e per la sua resa televisiva.

Per dirla in breve con alti prestiti letterari:  “Sanremo senza pubblico non s’ha da fare”.
Sarebbe meglio desistere e saltarlo per quest’anno.

L’Ariston nei giorni del festival è un teatro, sicuramente, ma che ospita uno studio televisivo. E quindi un pubblico di figuranti, pagato, tamponato e controllato non avrebbe fatto torto a nessuno. Come accade per il Maurizio Costanzo Show, C’è posta per te ed altre produzioni con un pubblico in presenza.

La “polemica Sanremo” e le parole di Franceschini sono stati la palla al balzo per il settore teatrale di tirare fuori le unghie e graffiare. L’occasione era buona per farsi sentire. I teatri vanno riaperti per l’indotto e per la bellezza di assistere ad uno spettacolo dal vivo? Assolutamente vero.

Ma perché aspettare Sanremo per dirlo sbattendo i piedi a terra? Importanti registi e direttori d’orchestra possono recarsi nei palazzi del potere, dove hanno già ricevuto onorificenze e medaglie, e con dati alla mano mostrino la verità: l’estate scorsa l’apertura dei teatri non ha avuto conseguenze sui contagi.

Viene facilmente da pensare che abbiano aspettato Sanremo e il suo fortunato carrozzone per “cercare giustizia”.

Stanotte ho sognato Sanremo senza pubblico. Il cantautore Morgan entrava in scena e trovava la sala vuota:”Dopo Bugo se n’è andato anche il pubblico, che succede?“

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