Don Antonio Mazzi a Domenica In, Mara Venier in lacrime: “Hai sostituito mio padre”

Don Antonio Mazzi a Domenica In, Mara Venier in lacrime: “Hai sostituito mio padre”

Puntata emozionante quella di oggi a Domenica In. Il primo ospite dell’amata conduttrice Mara Venier è don Antonio Mazzi che ha da poco compiuto 90 anni. Una lunga intervista in cui sia la Venier che don Antonio si sono raccontati a tutto tondo.

Tra le frasi dette dal sacerdote: “Io sto bene solo in mezzo ai matti e ai disperati. Coi normali, non ce la faccio”. Mara Venier poi si è particolarmente emozionata dicendo che in lui ha trovato un padre.

I videomessaggi per don Mazzi

La conduttrice ha raccolto poi diversi videomessaggi di artisti e persone note del mondo dello spettacolo che hanno fatto gli auguri a don Mazzi.  Fiorello ha detto: “Ciao don Mazzi, come stai? Volevo farti gli auguri. Adesso che sei diventato maggiorenne, devi mettere la testa apposto. È un periodo bello, per noi interisti. Visto che siamo primi in classifica?”.

Dopo gli auguri, spazio al racconto della sua vita: “Non ho ancora raggiunto l’uso della ragione. Uno come me, se usa solo la testa, non vive”. Poi parla della figura di Giuda, su cui ha a lungo meditato: “Quando il sogno è tramontato, prima ha tradito l’uomo, poi ha rovinato anche se stesso. È la storia di tanti di noi. Tutti siamo dei piccoli Giuda. Alcuni ne vengono fuori, altri no”. Infine, la Venier fa vedere il filmato della sua ultima ospitata: “Nessuno sa, nessuno può capire. Io ho perso mio padre a vent’anni. Quello che ha sostituito mio padre, sei stato tu”, dice la conduttrice tra le lacrime. “Qualche miracolo succede anche in televisione”, commenta lui. 

Chi è don Antonio Mazzi

Don Mazzi è un presbitero, educatore, attivista e personaggio televisivo italiano, impegnato in attività per il recupero di tossicodipendenti. Diplomato al liceo del Seminario vescovile di Verona nel 1950, consegue lo studio in Teologia e si laurea in Filosofia all’Università degli Studi di Ferrara. Nella stessa città viene ordinato il 26 marzo 1956 nella congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza.

Contemporaneamente, tra il 1962 e il 1965 a Roma e Milano frequenta alcuni corsi di specializzazione di psicologia e psicopedagogia, quindi si trasferisce a Bologna dove studia Psicoanalisi delle istituzioni presso la facoltà di Pedagogia speciale con Andrea Canevaro.

A partire dal 1970 approfondisce i suoi studi all’estero (Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi, Francia, Svizzera) compiendo degli stages in centri di riabilitazione per tossicodipendenti.

Nel 1975 attua, con la Regione Veneto e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, un programma di iniziative volte a inserire i giovani con disabilità all’interno dei corsi di formazione professionale per normodotati.

Dal 1979 è direttore dell’Opera don Calabria di Milano in via Pusiano, a ridosso del Parco Lambro, all’epoca il più grande mercato europeo dello spaccio di stupefacenti. La gravità evidente del fenomeno della tossicodipendenza lo spinge all’ideazione del Progetto Exodus e alla fondazione della Comunità Exodus, che nasce nel 1980 per il recupero di ragazzi tossicodipendenti. Nel 1984, dopo aver organizzato la pulizia del Parco Lambro con le forze del territorio, ottiene dal Comune la Cascina “Molino Torrette”, che diventerà la sede madre della Comunità e dei Progetti Exodus. 

Giornalista professionista, fin dall’inizio ha collaborato e collabora con la stampa: Famiglia Cristiana, Corriere della Sera, La Stampa, Il Giorno, Avvenire, Jesus sono le maggiori testate. Frequentemente invitato da varie reti televisive e radiofoniche in dibattiti e incontri su temi sociali di attualità, soprattutto tossicodipendenza, educazione, famiglia, emarginazione, negli anni novanta ha partecipato regolarmente a molti programmi televisivi italiani, dei quali il più popolare è stato Domenica In.

Da alcuni anni tiene su TV2000 la rubrica Lettera a don Mazzi, in cui risponde alle lettere inviate da giovani e famiglie. Tiene un programma annuale fisso su Odeon TV con il titolo Bussa alla mia Porta. Su RTL 102.5 ha la “pillola” infrasettimanale Don Mazzi dà i numeri.

Ha ricevuto tre lauree honoris causa. “Vengo da una famiglia di contadini del Veronese – ha raccontato in un’intervista concessa al settimanale ‘Oggi’ –. Mio padre aveva cominciato a lavorare come ferroviere, ma è morto a 30 anni di broncopolmonite. Io avevo 15 mesi e mio fratello è nato 5 mesi dopo. Abbiamo sofferto la fame. La mamma, che era ricamatrice, non è stata né madre né padre. Non ricordo un suo bacio. Mi è stato vicino il nonno paterno, Eugenio, perché ero il nipote più problematico. Sono stato un ragazzo difficile. Ero irrequieto, indisciplinato. In terza media sono stato bocciato per cattiva condotta. Volevano mandarmi a studiare in seminario, mi sono opposto. Poi ho fatto il liceo a Verona, da don Calabria, che accoglieva ragazzi in difficoltà. Non volevo fare il prete”.

La vocazione di don Antonio Mazzi

La vocazione del sacerdote nasce così: “Dopo l’alluvione del novembre 1951, che distrusse il Ferrarese – rivela il parroco a ‘Oggi’ –, accogliemmo nell’edificio del seminario 300-400 persone. Mi colpì un bambino allegro, in quei giorni di tristezza: aveva perso la famiglia, ma mi disse che era contento. Era stato violentato dal padre, dallo zio, da altri familiari. Ho sentito il bisogno di proteggere, la voglia di paternità. Nasceva dalla mancanza di mio padre: senza quel vuoto non sarei diventato prete. Ho deciso senza ragionamento, dando ascolto ai sentimenti. Sono stato ordinato il 25 marzo 1956: da lì, la mia vita è cambiata”. Un cambiamento impreziosito dalla nascita di “Exodus”, nel 1984: “Da noi sono passati migliaia di ragazzi. Abbiamo 40 comunità in Italia e 6 nel mondo, che si occupano di dipendenze, ma pure di formazione: sono centri aperti, ospitano persone che studiano, lavorano. Il mio principio è seminare. Lo dico sempre agli educatori: non andiamo mai in fondo al campo a vedere cosa si raccoglie. Stiamo in mezzo”. La delusione più grande? “Fabrizio Corona. Con lui ho perso solo tempo, pensavo di farcela, ma si sente la divinità di se stesso”.



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