Parla il boss dei “Capitoni”, terremoto nella camorra partenopea

Parla il boss dei “Capitoni”, terremoto nella camorra partenopea

Napoli. Ha chiesto di essere ascoltato dalla Dda di Napoli, una scelta di rompere il silenzio che ha contraddistinto la sua lunga carriera giudiziaria che non è passata inosservata. Ha chiesto di parlare, di rispondere alle domande dei pm e ora la sua posizione è al vaglio degli investigatori. Massima cautela, massimo riserbo da parte degli inquirenti, data la delicatezza della materia, fatto sta che il caso di Mario Lo Russo tiene in apnea una buona parte di affiliati – tra boss e gregari – della camorra napoletana. Una scelta che, se venisse confermata, potrebbe rappresentare una sorta di terremoto all’interno del sistema criminale – vecchio e nuovo – che da tempo è radicato a Secondigliano, Miano e Capodimonte, ma anche nel cuore del Vasto-Arenaccia, dati i contatti di parentela tra i Lo Russo e i Bosti-Contini. Messo alle strette dalle indagini del pool anticamorra del procuratore aggiunto Filippo Beatrice, condannato a 14 anni per fatti associativi e per droga, Mario Lo Russo ha trascorso di recente un anno in piena libertà. Tra il 2013 e il 2014, è tornato libero, quanto basta a indicarlo come decisivo nella ricostruzione dei nuovi equilibri, ammesso che la sua decisione di scrollarsi di dosso un passato ingombrante venisse confermata. Una cautela necessaria visto il carattere sfuggente dei cosiddetti «capitoni» di Miano, sempre difficili da ingabbiare in un’etichetta giudiziaria. Fatto sta che i parenti del presunto boss sono stati allertati in questi giorni e c’è massima attenzione nei confronti di diversi nuclei familiari.

Non si tratterebbe comunque di una posizione isolata, quella di Mario Lo Russo, a giudicare dalla decisione di un ex boss del cartello dei cosiddetti «capitoni» di passare a collaborare con lo Stato. Era il 2009, quando fu Salvatore Lo Russo a pentirsi, con una decisione che non è riuscita a provocare lo scompaginamento del clan di famiglia. Un pentimento al quale hanno fatto seguito arresti e sequestri, con condanne e acquisizioni patrimoniali, che non ha consentito di chiudere i conti con un pezzo di storia criminale alle porte di Napoli. Stando alle recenti ricostruzioni investigative, infatti, i Lo Russo sono ancora tanti: il loro core business, mai come in questo periodo, è impegnato dalla droga e dal riciclaggio. Probabile che ci sia il tentennamento di Mario Lo Russo dietro lo scatto di nervi del fratello Carlo, che pochi giorni fa ha aggredito alcuni agenti nel corso di un controllo: Carlo Lo Russo è stato arrestato dopo alcuni mesi da sorvegliato speciale.

Intanto, sono proprio i Lo Russo a rimanere al centro di indagini incrociate da parte di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Accertamenti in corso sono legati sia a fatti di sangue, consumati tra il rione Sanità e Miano, sia in relazione allo spostamento di ingenti quantitativi di droga, con il sistema delle puntate. E sono ancora le indagini più recenti ad inquadrare almeno uno degli esponenti di vertice del clan Lo Russo, al tavolo delle trattative in occasione di summit e momenti di chiarimento con esponenti degli altri clan. Appalti e droga, tangenti e usura al centro del tavolo.

Ora c’è attesa per la scelta di Mario Lo Russo, anche e soprattutto in relazione a quanto scritto di recente dal giudice di Benevento che ha condannato Salvatore Lo Russo per calunnia a carico dell’ex capo della Mobile Vittorio Pisani. Una vicenda amara, che ripercorre parte dei rapporti tra il poliziotto e il suo ex confidente (poi pentitosi), in cui Salvatore Lo Russo sarebbe stato bollato come vendicativo, quindi calunnioso. Una motivazione che non ha indebolito il ruolo di collaboratore di Lo Russo, ritenuto invece attendibile dinanzi ad altre sezioni di Tribunale.

Fonte: Il Mattino