Camorra, omicidio Gaetano Marino: così hanno ucciso il boss delle “Case Celesti”

Camorra, omicidio Gaetano Marino: così hanno ucciso il boss delle “Case Celesti”

Erano le 17 del 23 agosto 2102 quando la Polizia di Stato fu chiamata ad intervenire nei presso dello stabilimento balneare “Il Sirenella” di Terracina per l’omicidio del pluripregiudicato napoletano Gaetano Marino, fratello di Gennaro, detenuto al 41 bis per associazione di stampo mafioso ed omicidio, ed esponente di spicco del clan degli Scissionisti di Secondigliano. Per quell’omicidio sono stati arrestati Arcangelo Abbinante, classe ’90, in qualità di esecutore materiale; Giuseppe Montanera, classe ’76 perché componente commando; Carmine Rovai, classe ’67, e Salvatore Ciotola, classe ’62 come appoggi logistici.

La dinamica. Marino fu freddato da 11 colpi d’arma da fuoco, sparati da una calibro 9×21. Tre gli trafissero il corpo ed altri 8 furono sparati a distanza ravvicinata. Le indagini hanno accertato che al momento dell’omicidio vi erano una Fiat Grande Punto in doppia fila con a bordo due uomini e poco più avanti una Fiat Punto parcheggiata di traverso in viale Circe in modo tale da non consentire il passaggio. Dalla Grande Punto era sceso l’esecutore materiale dell’omicidio, mentre l’altra auto, dopo la consumazione del delitto, aveva messo in atto una repentina quanto azzardata manovra, danneggiando numerosi ciclomotori, ed era ripartita in direzione Roma. Fu poi ritrovata il giorno dopo, sempre a Terracina, nei pressi dell’abitazione di Carmine Rovai, il quale, pur avendo nella disponibilità il mezzo, lo aveva prestato al suo amico Salvatore Ciotola. Alla luce del fatto che Rovai, Ciotola e il proprietario della Fiat Punto erano legati ai clan di Secondigliano, è stata intrapresa la pista investigativa secondo cui il movente era da inquadrare nella faida di Secondigliano tra gli “scissionisti”, che vedeva il gruppo degli Abbinate-Notturno-Aprea-Abete opposto alle famiglie Magnetti-Petriccione, legate al clan Vanella-Grassi.

Le indagini. Le indagini hanno consentito di far emergere evidenti incongruenze con quanto riferito in sede di verbalizzazione e che non lasciavano dubbi circa l’utilizzo della vettura da parte di Ciotola, facendo trasparire la consapevolezza che il predetto fosse presente sul luogo dell’omicidio. Le dichiarazioni di alcuni pentiti hanno poi rafforzato le tesi investigative e dato manforte agli arresti di oggi. In particolare, l’analisi incrociata degli elementi probatori raccolti ha consentito di sostenere che gli occupanti della Fiat Punto, parcheggiata di traverso in Viale Circe al momento del delitto, fossero proprio Rovai e Ciotola e di individuare in Giuseppe Montanera(referente della famiglia Abete-Notturno) e Arcangelo Abbinante (referente della famiglia Abbinante) coloro che erano a bordo dell’altra autovettura, dalla quale era sceso l’esecutore materiale (Giuseppe Abbinante) che aveva esploso molteplici colpi all’indirizzo di Marino, per poi fuggire unitamente al complice (Giuseppe Montanera).

La faida di camorra. La strategia era stata messa appunto proprio da Abbinate e Montanera per scardinare il clan Marino egemone a Scampia e in particolare nella zona delle “Case Celesti”. Le indagini svolte per l’identificazione degli autori dell’omicidio, inoltre, hanno consentito di avvalorare la tesi secondo la quale l’efferato delitto doveva essere inquadrato nell’ambito della faida criminale, in atto all’epoca dei fatti, che vedeva la contrapposizione armata, condotta senza esclusione di colpi, delle famiglie camorristiche radicate nei quartieri a nord di Napoli.