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Napoli, le fasi drammatiche dell’intervento di Domenico: “Ma qua è tutto ghiacciato. Duro come una pietra”

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Sono inquietanti i dettagli che emergono dall’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo deceduto all’ospedale Monaldi. Dalle carte è possibile ricostruire i passaggi che l’equipe medica ha compiuto da Napoli a Bolzano fino al rientro con il cuore ghiacciato. Erano «stanchi, infreddoliti e sprovvisti del corredo necessario», dichiarano gli altoatesini a proposito dell’arrivo dei sanitari partenopei.

Cosa succede a Bolzano

 

Secondo le testimonianze raccolte nell’inchiesta e riportate da Il Mattino, la situazione apparve subito critica. Avevano con sé un contenitore frigo «da spiaggia», per dirla con un infermiere bolzanese, ma mancavano perfino i «sacchetti dove riporre il cuore ricevuto dal donatore». E non solo: emersero anche «barriere linguistiche», tanto che «solo il secondo chirurgo napoletano parla inglese», riferiscono i medici austriaci giunti da Innsbruck.

In sala operatoria, durante la delicatissima fase di espianto dal piccolo donatore altoatesino, c’era tensione. La chirurga napoletana, secondo un testimone, si limitava a ripetere «va bene Vince’…», mentre un vice chirurgo traduceva dall’inglese le indicazioni dei colleghi austriaci. La teste spiega che quelli di Innsbruck avevano ogni genere di fornitura (sacchetti, ghiaccio e altro), mentre i napoletani soltanto il box. E qui si consuma il dramma: la richiesta di ghiaccio: «La dottoressa di Napoli ha chiesto ghiaccio a me e al collega Peter B., vengo a sapere che il ghiaccio era stato portato in presala. il collega B. ha versato il ghiaccio nella borsa frigo utilizzata da Napoli».

Scena simile a quella raccontata da Bez: «La chirurga di Napoli ha chiesto se avevamo ghiaccio», poi «sono uscito in sala pre operatoria, ho preso scatola di polistirolo con ghiaccio, sono entrato in sala operatoria e gliel’ho mostrato alla chirurga di Napoli e le ho detto “questo abbiamo”».

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Cosa succede a Napoli

 

L’altra catena di errori avviene presumibilmente al Monaldi, nelle fasi immediatamente precedenti all’arrivo del cuore danneggiato. Secondo quanto riferito dai testimoni dell’equipe che operava Domenico, l’intervento di espianto del cuore malato sarebbe iniziato e concluso prima che il nuovo organo arrivasse in sala operatoria. L’avvocato dei genitori, Francesco Petruzzi, parla di un anticipo «dai quattro ai quattordici minuti», circostanza che lo spinge a ipotizzare anche il reato di falso in relazione alla cartella clinica. Il chirurgo Guido Oppido, difeso dai penalisti Vittorio Manes e Alfredo Sorge, non replica («ha lavorato contro il tempo», spiegano i legali), mentre il Monaldi sostiene che nella documentazione «ci erano tutte le indicazioni ufficiali».

Le testimonianze degli infermieri napoletani – sempre come riporta Il Mattino in un dettagliato articolo – delineano una sequenza drammatica nella sala operatoria. «Ricordo che la dottoressa Blasi comunicava a voce alta che la dottoressa Farina era nei pressi dell’ospedale. Fu così che Oppido procedette al camplaggio della aorta». Ma «l’equipe di espianto non era ancora in sala». E ancora: «Siamo rimasti meravigliati della tempistica del camplaggio, visto che il cuore “nuovo” non era ancora arrivato».

Quando il contenitore giunge finalmente in sala, la situazione precipita. «Il caposala iniziava ad aprire il contenitore… vi era un blocco compatto di ghiaccio», racconta l’infermiera Cristiana Passariello. «Gabriè ma qua è tutto ghiacciato», avrebbe detto il caposala. E la risposta: «Ma come è che è tutto ghiacciato, che vuol dire?». Il cuore, diranno poi i medici, era «duro come una pietra», «non avrebbe mai fatto un battito». Nonostante questo, viene trapiantato ugualmente perché non ci sarebbero state alternative. In sala qualcuno realizza la gravità del momento: «Ma comm’è già a levato ’o core?», esclama in napoletano il caposala.

Il tentativo di sciogliere il cuore con l’acqua calda

 

Il cuore è ormai danneggiato. Inutili si riveleranno i tentativi di sciogliere il ghiaccio che blocca l’organo «con un siringone e acqua calda». Quella mattina del 23 dicembre si consuma così, secondo quanto emerge dalle carte dell’inchiesta coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante, una delle pagine più nere della sanità campana che costerà la vita del piccolo Domenico.

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