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Abusata nello spogliatoio dal datore di lavoro in cambio del contratto. E’ la drammatica vicenda ricostruita dalla giustizia che ha portato alla condanna a sei anni e mezzo di reclusione di un un imprenditore del settore agrituristico della Val Seriana, in provincia di Bergamo.

Violentata in cambio di un contratto: “Se taci, ti faccio il contratto”

Siamo nel novembre del 2017, a Clusone. La vittima si occupa di lavare i piatti in struttura. L’uomo – Paolo Rotoli, 47 anni – è smanioso, è attratto da quella ragazza. Così un giorno decide di sorprenderla alle spalle, mentre si sta spogliando. L’afferra e la violenta, offrendosi di regolarizzarla in cambio del silenzio. “Se ci stai ti faccio il contratto”, dice. Poi, terminata la violenza sessuale, aggiunge che “se avesse accettato altri rapporti con lui, l’avrebbe messa in regola”. La vittima sta male. E’ scossa fisicamente e psicologicamente. Dopo l’abuso ha riportato delle lesioni nelle parti intime che rendono necessario un ricovero in ospedale e due mesi di prognosi. Per farsi “perdonare”, alcuni giorni dopo lo stupro, l’imprenditore concede alla donna “un regalo”: oltre ai 20 euro di paga, altri 30 euro.

La sentenza definitiva

La Corte di Cassazione, nella giornata di ieri, ha posto fine a una lunga battaglia giudiziaria, rigettando il ricorso della difesa dell’imputato contro il verdetto emesso dalla Corte di Appello di Brescia nel febbraio 2021. L’avvocato di Paolo Rotoli aveva chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche. Nessuno sconto, però. Gli ermellini hanno confermato i sei anni e mezzo di carcere per lo stupratore. «Avrebbero potuto essere riconosciute – ha sostenuto il legale dell’imprenditore – in considerazione dello status di incensurato dell’imputato, la cui condotta di vita precedente al fatto è stata sempre inappuntabile, essendosi in presenza di un gesto occasionale, compiuto da un onesto lavoratore e da un padre di famiglia sempre rispettoso delle regole». Confermato dalla Cassazione anche il risarcimento del danno stimato in via equitativa in 45 mila euro, somma ritenuta «congrua» dalla Corte di Appello.

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