A oltre venticinque anni da uno dei più brutali omicidi legati alla criminalità organizzata in Campania, arriva una nuova conferma da parte della magistratura. La Corte di Assise d’Appello di Napoli ha confermato la condanna a trent’anni di carcere per Luigi De Cristofaro e Raffaele D’Alterio, individuati rispettivamente come mandante ed esecutore dell’assassinio di Giulio Giaccio. Il giovane fu ucciso il 30 luglio 2000 a Marano e il suo corpo venne poi distrutto nell’acido dopo essere stato scambiato per un’altra persona. La decisione è stata pronunciata nell’aula 318 del Nuovo Palazzo di Giustizia e ricalca quanto già stabilito nel processo di primo grado: trent’anni di reclusione per entrambi, senza però il riconoscimento dell’aggravante di stampo mafioso.
Un omicidio nato da uno scambio di persona
Alla base della tragedia c’è un errore di identità. Gli assassini, secondo quanto ricostruito nelle indagini, erano alla ricerca di un uomo di nome Salvatore, ritenuto il compagno della sorella di Salvatore Cammarota, figura considerata vicina al clan Polverino e fortemente contraria a quella relazione. L’intenzione del gruppo era quella di eliminare quell’uomo e far sparire il cadavere per non lasciare tracce.
Il piano però fallì nel momento in cui venne individuato il bersaglio sbagliato. Giulio Giaccio fu sequestrato, portato via e tenuto prigioniero. Durante quelle ore avrebbe più volte tentato di spiegare ai suoi rapitori di non essere la persona che stavano cercando e di non avere alcun legame con la vicenda. Nonostante ciò, i suoi aguzzini non gli credettero. Il giovane venne ucciso e il corpo sciolto nell’acido, nel tentativo di cancellare qualsiasi prova del delitto.
Il ruolo dei collaboratori di giustizia
Nel corso del procedimento giudiziario sono state decisive le dichiarazioni di alcuni pentiti. In particolare quelle di Giuseppe Ruggiero e Roberto Perrone, le cui testimonianze complete sono state depositate dal sostituto procuratore generale durante l’udienza dello scorso 28 gennaio. I loro racconti si sono affiancati a quelli di altri tre collaboratori di giustizia, contribuendo a ricostruire il contesto e ad attribuire le responsabilità per l’omicidio.
La posizione della famiglia
Per i familiari di Giulio Giaccio la conferma della condanna rappresenta comunque un passaggio importante nel lungo percorso verso la giustizia. “Come famiglia siamo soddisfatti perché viene ribadita la pena di trent’anni”, ha commentato l’avvocato Alessandro Motta, che rappresenta i parenti della vittima.
La vicenda giudiziaria, tuttavia, potrebbe non essere ancora conclusa. Resta infatti aperto il tema dell’aggravante mafiosa: qualora la Corte di Cassazione dovesse accogliere il ricorso presentato su questo aspetto, il processo potrebbe tornare davanti alla Corte di Assise d’Appello di Napoli per una nuova valutazione.







