Accoglienza migranti e la storia di Ahmad, le ideologie senza riscontro pratico si rivelano inutili e anche deleterie

Accoglienza migranti e la storia di Ahmad, le ideologie senza riscontro pratico si rivelano inutili e anche deleterie

L’opinione pubblica è bloccata nella contrapposizione tra coloro che vorrebbero accogliere migranti, senza criterio, e quelli che chiedono invece l’applicazione di una parvenza di logica nell’accoglienza.
I primi fondano la loro posizione esclusivamente su principi umanitari, costi quel che costi.
I secondi, pur tentando di fare salvi quei principi, hanno il “torto” di vedere un po’ più in là: alle conseguenze sul preesistente assetto sociale con un carico di problemi non trascurabile.

L’immigrazione è un fenomeno che non è nato oggi. Da tanti anni registriamo arrivi in Italia di extracomunitari, che, nel tempo, si sono inseriti nel tessuto sociale del nostro Paese quasi invisibilmente: miracolo dell’integrazione.
Un giordano, Ahmad, musulmano arrivato in Italia anni or sono, è riuscito a fare passi da gigante nell’integrarsi: parla correttamente la nostra lingua, si è sposato con un’italiana, è diventato piccolo imprenditore e si è assunto il compito di punto di riferimento per la piccola comunità di extracomunitari dispersa sul territorio. Oggi vive in un condominio di tutti italiani e si fa fatica a distinguerlo come “diverso”: tutti lo chiamano Amedeo, un nome che anche lui assume con piacere, dopotutto è un’assonanza italianizzata di quello di origine. Io, invece, ho continuato a chiamarlo Ahmad, ritenendo che non fosse giusto che una persona dovesse cambiare nome, rinunciando anche a un briciolo della sua identità culturale.

Ahmad, senza tanto clamore e a piccoli passi, si è impegnato per ottenere un adattabile luogo di culto per la sua piccola comunità di extracomunitari, una mini-moschea dove, alla fine di ogni Ramadan, organizza una festicciola con prelibatezze medio orientali da offrire a noi italiani.
Disgraziatamente è arrivata un’immane emergenza migratoria, fatta di guerre e di persecuzioni politiche. Un flusso già difficile da regolare e da assorbire. In questa circostanza critica purtroppo si è mischiata una gran massa di giovani extracomunitari con la voglia di un’Europa troppo sognata, tanto da essere ben disponibili a “occidentalizzarsi”, magari emergendo come calciatori, così da guadagnare fior di milioni “semplicemente” giocando a pallone (che pacchia!).

Ben presto i sogni si sono frantumati. Innanzitutto si sono accorti che devono entrare in competizione con i numerosi bisognosi e precari del posto: nella migliore delle ipotesi, per realizzare piccoli guadagni con grande fatica. Conoscono così lo sfruttamento che richiama l’atavica condizione di schiavi. Allora tanto vale darsi all’accattonaggio. Col tempo si ritrovano con un pugno di mosche tra le mani. Si sentono traditi nelle loro aspettative, se non addirittura esclusi dal tenore di vita di italiani benestanti o che non se la passano tanto male. E qui interviene la rabbia. Si fa presto a entrare nel giro degli spacciatori di droga (unico settore con forte e inesauribile domanda di occupazione) o a improvvisarsi rapinatori, scippatori, ladri. E arriva inevitabilmente il carcere. È il momento in cui avvertono un bisogno di riscatto e di recupero di dignità.

Per tutti i migranti, di ogni epoca, la salvezza dalla desolazione consiste nell’appigliarsi ai valori originari: per i musulmani è il Corano l’unica guida per ciò che resta del loro futuro. Nella parte più incline alla radicalizzazione, trovano quella rivincita verso noi “infedeli”, oltretutto colpevoli di non aver saputo concedere allettanti opportunità. Il resto è cronaca di oggi.

Questa è la triste parabola dell’immigrazione senza controllo e senza sopportabili quote di accesso, oltre le quali siamo costretti noi paradossalmente a integrarci, a rinunciare alle nostre tradizioni, a cedere fette del territorio a invasivi gruppi chiusi, con lingua, leggi, tradizioni tipicamente esclusive.
Per questo divento “razzista”, non verso questi disgraziati clandestini, piuttosto verso quegli italiani “buono ” che non sanno (e non potrebbero saperlo) quali opportunità offrire nemmeno ai nostri disagiati conterranei, stremati da un tasso di povertà vergognoso. Sono “buonisti” tanto di moda che spesso speculano sul fenomeno migratorio anche a costo di mettere a repentaglio la nostra sicurezza, già minata da una malavita locale in continua crescita.
Se non sono in malafede o dementi irrecuperabili, questi “benpensanti” possono arrivare a comprendere che non abbiamo proprio bisogno di iniezioni di ulteriore disumanità indotta. Perché poi sono guai per tutti.

di Stefano Rinaldi