La verità, spesso scomoda ma necessaria, è che ogni stagione politica italiana si è retta su un mito fondativo. La Prima Repubblica ha costruito la propria legittimazione attorno alla Costituzione, trasformata quasi in un dogma. La Seconda, invece, ha trovato la sua ragion d’essere nella rivoluzione di Mani Pulite, elevando la magistratura a simbolo di moralizzazione e riscatto.
Questo referendum — al di là delle letture superficiali — rappresentava il tentativo di chi, da quei due miti, è sempre rimasto ai margini. Era un tentativo di rivincita, ma soprattutto di chiudere definitivamente il conflitto mai risolto tra politica e magistratura. Peccato originale della seconda repubblica. Uno scontro che per trent’anni ha inasprito il Paese.
Ma la storia recente dovrebbe aver insegnato qualcosa. La cosiddetta Terza Repubblica — che Renzi aveva provato a inaugurare con una riforma istituzionale fallita e che oggi Meloni, in altro modo, provava a ridefinire — non può nascere su una gamba sola. Non basta una maggioranza, non basta una narrazione di parte. Serve un progetto condiviso, capace di diventare un nuovo mito fondativo riconosciuto da tutti i partiti politici.
Altrimenti, il destino è già scritto: la sconfitta. Perché il popolo italiano è stato educato, negli anni, a difendere quei miti precedenti. E, senza un’alternativa altrettanto forte, altrettanto simbolica, ogni tentativo di riforma viene percepito come un attacco, non come un’evoluzione.
E qui emerge il secondo, grande errore: quello comunicativo. La destra ha sbagliato tutto. Ha raccontato questa riforma come se fosse uno strumento utile soprattutto a sé stessa, alla politica, alimentando diffidenza invece che consenso.
Il risultato è stato evidente: un Paese spaccato, non solo politicamente, ma socialmente. Il cittadino del Nord — quello che ancora riceve risposte, servizi, prospettive — ha scelto, in parte, di dare fiducia. Ma il cittadino del Sud, quello che ha perso il reddito, che continua a vivere con salari bassi, che paga di più persino per muoversi, ha reagito. E ha reagito nel modo più semplice e più potente che ha: con il voto.

E il dato più simbolico è proprio quello di Caivano: lì dove lo Stato aveva provato a mettere una bandiera, i “no” hanno raggiunto il 70%. Un segnale chiarissimo, che va oltre ogni narrazione.
Perché, alla fine, Caivano — simbolo mediatico di una presenza dello Stato — non basta. Non serve a nulla se tutto il contesto intorno continua a peggiorare. Se la percezione quotidiana è quella di un arretramento, nessuna operazione simbolica può reggere.
L’Italia, per molti, ha perso un’occasione. Un’occasione per fare un passo avanti, per provare a chiudere una stagione e aprirne un’altra.
Ma, allo stesso tempo, la maggioranza del popolo italiano ha mandato un messaggio chiaro: questo non era il passo che si aspettava.
E finché la politica non avrà il coraggio — e l’intelligenza — di ascoltarlo davvero, continuerà a camminare da sola. E a perdere.





