I Nas hanno sequestrato il contenitore utilizzato per trasportare il cuore del donatore dall’ospedale di Bolzano al Monaldi di Napoli, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura partenopea sulla morte di Domenico Caliendo, il bimbo di due anni deceduto dopo il trapianto. È da quell’oggetto che gli investigatori intendono partire per ricostruire la catena degli eventi e accertare eventuali responsabilità.
Napoli, sequestrato il contenitore usato per il trasporto del cuore destinato a Domenico
Si tratta di un modello “Fiesta” della Gio’ Style, di colore blu con manico arancione, simile a quello utilizzato anche per campeggio e gite fuori porta. Sul coperchio è stata apposta a mano la scritta “S. Op. C. Ch. Ped.”, acronimo di sala operatoria di cardiochirurgia pediatrica. Un normale frigorifero passivo in polistirene espanso, materiale isolante che garantisce buone performance di raffreddamento e tenuta della temperatura.
Contenitori di questo tipo sono stati utilizzati per anni anche nel trasporto di organi destinati ai trapianti. Dalla metà degli anni Ottanta – quando in Italia fu eseguito il primo trapianto di cuore – fino a tempi recenti, i cosiddetti “frigoriferi passivi” hanno rappresentato la prassi. Solo negli ultimi due o tre anni si sono diffusi dispositivi più sofisticati, dotati di sistemi per il monitoraggio continuo della temperatura interna e di display esterno.
I box di ultima generazione non utilizzati
Al Monaldi, secondo quanto emerge da un audit interno, i nuovi contenitori erano disponibili. La sala operatoria dedicata ai trapianti aveva in dotazione almeno due dispositivi Paragonix, uno in uso e uno di riserva, mentre un ulteriore apparecchio era custodito in farmacia per eventuali necessità.
Il punto critico, però, riguarderebbe la formazione. Dall’indagine interna e dagli accertamenti della Procura emergerebbe che l’équipe di cardiochirurgia pediatrica non avrebbe effettuato l’addestramento all’utilizzo dei nuovi dispositivi. “Dagli audit emerge che l’équipe avrebbe dichiarato di non essere a conoscenza di tale disponibilità”, fanno sapere dall’azienda ospedaliera. I medici sarebbero stati invitati via mail a partecipare alla formazione, che però non sarebbe mai stata svolta.
Resta un elemento centrale nell’inchiesta: anche un contenitore tradizionale poteva risultare idoneo, se utilizzato correttamente. La procedura prevede che il cuore venga inserito in tre sacchetti contenenti soluzioni liquide e poi circondato da ghiaccio, così da mantenere la temperatura intorno ai 4 gradi. In questo caso, però, sarebbe stato impiegato ghiaccio secco, capace di abbassare la temperatura fino a -80 gradi. Una scelta che avrebbe trasformato l’organo in un blocco di ghiaccio, compromettendone la funzionalità. Saranno ora gli accertamenti tecnici a stabilire se proprio questo errore abbia inciso in modo determinante sull’esito drammatico dell’intervento.







