gigi d'alessio musica
L’avete ascoltato l’ultimo disco di Gigi D’Alessio?
Io si. I suoi vecchi successi napoletani, riformulati con accoppiate di eccellenza tra artisti rap e trap. Una intuizione da grande produttore americano. Dopo averlo ascoltato per ben tre volte, ho avuto un’illuminazione.
Sono andato a sentirmi i primi tre album del cantautore. Lasciatemi cantare, Dove mi porta il cuore e Scivolando verso l’alto.
Tutti brani che avevo conosciuto nel corso dell’adolescenza, da quando D’Alessio, nel 2000, approdó a Sanremo con “Non dirgli mai”, canzone che lo espose al grande pubblico e che nell’edizione 2020, su invito di Amadeus, ha interpretato sul palco dell’Ariston in occasione del ventennale.
Le canzoni di quei tre dischi, per chi consumava i Queen, Battiato, De Crescenzo e Ranieri sembravano “aliene“, trash puro. Fenomeni da basso napoletano, per intenderci. La mia idea di D’Alessio era musicalmente pessima. Mai nascosto il mio senso di “ripugnanza musicale”.
Ho riascoltato quei brani dopo vent’anni, senza il pregiudizio adolescenziale e la prosopopea da ascoltatore incallito del British e dei “dischi culturalmente impegnati”, e si è aperto un orizzonte molto positivo.
A parte qualche citazione melodica (forse neanche volontaria) ripresa da qualche collega. La sintesi tra parole e musica è perfetta. Nessuna forzatura tra metrica, napoletano e melodia. Tutto viaggia godibile. Tutto pertinente al racconto. Ogni canzone fa il suo dovere rispetto allo storytelling.
Quello che più colpisce è come Gigi riesce a cristallizzare il suo stile con coerenza artistica, armonica e melodica. In termini calcistici? Un tiki taka, che può non piacere, ma fa gol con tocchi veloci e spettacolari.
I temi. Non è solo l’amore a regnare in questi tre dischi. C’è Napoli e le sue storie. E non possiamo, a tal proposito, tralasciare il contesto della città in quell’epoca. 1993, Bassolino veniva eletto sindaco, l’inizio di un’era storica per il capoluogo partenopeo, che accolse, nel 1994, il G7 e l’inaugurazione della nuova metropolitana collinare. Sullo sfondo il Napoli di Fonseca e il terremoto Tangentopoli ancora in atto.
D’Alessio, timbro vocale non molto vibrante ma stampato più che bene nei brani, in questi dischi canta e suona bene.
Forse, addirittura, limita il suo talento di compositore e melodista, visti gli studi classici di conservatorio. Proprio questo aspetto si rivela la carta vincente del progetto discografico “giggidalessio“. Lui crea canzoni che raccontano ciò che la gente vive, e non solo quelli della Napoli pop-olare. Lo dice in napoletano, facile facile (che non vuol dire scemo scemo o ignorante ignorante). Culla le parole con melodie semplici che colorano e sposano bene l’affresco del testo.
Ora se la vogliamo raccontare tutta e bene, raccontiamola. Alcuni a D’Alessio non avrebbero dato due lire in mano. Corporatura esile e faccia da bravo ragazzo, Gigi accompagnava come pianista i cantanti napoletano famosi durante le cerimonie. Per alcuni di questi scriveva brani per i loro dischi. E sono proprio quelli che non si aspettavano l’ascesa di quel magro e bravo musicista.
Dopo alcuni anni di stadi riempiti, dischi venduti e folle acclamanti, Gigi diventa una star. Ed alcuni a Napoli, un po’ per invidia, un po’ per pregiudizio, non vollero ammettere che l’artista rappresentava una vittoria per la città.
Perchè? Perché inizió ad essere amato in tutta Italia e anche oltreoceano.
Chiamateli simboli, stereotipi, luoghi comuni. Ma D’Alessio, insieme ad altri, fa parte di quel club di “napoletani esimi”, che quando giri il canale e lo vedi seduto a fare il giurato, pensi “lì c’è anche Napoli”.
Questo pezzo di opinione vuole essere anche un appello. Tanti dovrebbero chiedere scusa a D’Alessio, per i pregiudizi, i post snob e gli sberleffi.
Io sono il primo. L’adolescente che ero, di persona, gli deve tendere la mano con riverenza.
Sentite scuse all’uomo, ma soprattutto al musicista e al narratore di storie. Chi lo conosce? Chi mi ci porta? 
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