Marano. Si festeggia San Castrese: i parroci della città hanno scritto un messaggio che consegneranno al sindaco. Risolto il mistero della testa trovata sotto il pavimento della chiesa

Marano. Si festeggia San Castrese: i parroci della città hanno scritto un messaggio che consegneranno al sindaco. Risolto il mistero della testa trovata  sotto il pavimento della chiesa

Anche quest’anno, come tradizione, nel mese di febbraio si svolgono diverse manifestazioni in onore del Santo patrono. Il momento clou è l’11 febbraio, giorno della ricorrenza di San Castrese. Ecco il programma della giornata. Ore 9.00: Passio Castrensis e celebrazione Eucarestia. Ore 10.00: Santa messa e solenne processione del Santo Patrono per le vie della città. Ore 19.00: solenne celebrazione Eucaristica, presieduta da Mons. Gennaro Acampa, Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Napoli.

In occasione della giornata dedicata a San Castrese, i parroci di Marano hanno scritto un messaggio alla città sul concetto della Misericordia e del bene Comune, per restare in sintonia con il tema del Giubileo straordinario della Misericordia che si celebra quest’anno. Il testo: “Dio che si dona totalmente, gratuitamente, senza mai rinfacciare nulla. Un Padre sempre pronto a riaccogliere i suoi figli per costruire la comunione e la giustizia nella benevolenza. Questa è l’identità che San Castrese voleva e vuole tuttora infondere in tutti noi”.

I maranesi da secoli sono fedeli a San Castrese: lo conoscevano molto bene – come è scritto su Wikipedia –  a causa degli scambi commerciali che c’erano tra Marano e Sessa Aurunca (la città dove il Santo fu vescovo), così alla morte di Castrese i maranesi chiesero alla città di Sessa Aurunca una reliquia del vescovo e gli fu concesso il braccio. Questo è ancora conservato all’interno della statua di san Castrese, mentre la sua tomba non fu mai ritrovata. È molto probabile che, dagli studi ancora in corso, sia stato proprio il vescovo Castrese a portare il cristianesimo nel territorio maranese e a fondare lì una prima comunità cristiana.

Nel 2011, una testa in legno, a grandezza naturale, fu rinvenuta sotto il pavimento della parrocchia San Castrese, destando non solo stupore, ma innestando anche una ridda di ipotesi su “chi” avrebbe rappresentato e sul “perché” fosse finita proprio in un piccolo vano segreto all’interno dei sotterranei, dove, fino alla metà del 1800, venivano sepolti i defunti. La scoperta fu fatta per caso da Lino Catuogno, all’epoca progettista del monumento dedicato al Papa polacco (collocato nello spiazzo antistante la parrocchia). All’inizio circolò l’ipotesi che la testa fosse quella di una statua di San Giuseppe. Per molti, però, e tra questi l’ex parroco della chiesa di San Castrese don Giovanni Liccardo (sostituito da settembre 2014 da don Luigi Merluzzo), senza alcun dubbio rappresenta un pezzo di una statua del santo patrono, probabilmente la prima raffigurazione, antecedente a quella che viene oggi portata in processione.  Ora è custodita all’interno della chiesa e chiunque può visitarla.

Don Giovanni, nel 2012, fece fare accurati esami di laboratorio, dove fu fissata una data orientativa della scultura in legno. Risalirebbe a un periodo compreso tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600. La prima raffigurazione del santo risalirebbe al 1607, anno in cui è stato dipinto un affresco con l’immagine di San Castrese, che si trova nella parrocchia. Perché fu ritrovata solo la testa, senza corpo? Anche a questo arcano si è cercato di dare una spiegazione. Da fonti storiche si sa che i resti di San Castrese furono portati da Capua alla Sicilia, ma, per richiesta dei capuani, la testa sarebbe rimasta in Campania. Scolpire solo la testa potrebbe essere stata una conseguenza di questo fatto.

“Le fattezze sono straordinarie. – scrisse a dicembre 2011 lo storico Enzo Savanelli, autore di uno stupendo articolo pubblicato sul periodico l’attesa sul ritrovamento della testa di legno – L’autore dell’opera riesce a comunicare mille emozioni indefinibili: serenità di spirito, illuminazione divina, santità del volto, velata tristezza. E, soprattutto, eternità nell’amore, nel perdono, nell’annullamento di se stesso. Doti, queste, che si adattano perfettamente alla figura del santo colto nel momento del trapasso. Anzi, quella bocca in atto di esalare l’ultimo respiro resta nella mente, come se stesse recitando chissà quale preghiera che salva l’anima”.

Domenico Rosiello