Marano, inaugurato l’antico convento francescano

Marano, inaugurato l’antico convento francescano

Marano. Al taglio del fatidico nastro per l’inaugurazione del Convento francescano di Santa Maria degli Angeli, restaurato con i fondi Più Europa, oltre al sindaco, c’erano l’assessore alla Cultura Francesca Beneduce, l’assessore alla Pubblica Istruzione e al Patrimonio, Anna Sorrentino, l’assessore all’Urbanistica con delega ai Fondi Più Europa, Gennaro Testa,  il presidente del Consiglio comunale, Vincenzo Marra, tecnici esterni e comunali  impegnati sia durante la fase progettuale che lavorativa, don Luigi Merluzzo, parroco della vicina parrocchia di San Castrese e padre Polydore, guardiano del convento.

Il finanziamento di circa tre milioni di euro non è stato sufficiente, purtroppo, a restaurare tutte le volte del Chiostro, l’antico refettorio e la sala da adibire ad auditoriom. Il monastero di Santa Maria Degli Angeli di Marano nasceva l’8 marzo del 1609: l’atto fu firmato a Calvizzano, nello studio notarile di Giovanbattista D’Alterio, alla presenza di Fra Gervasio da Perugia e del nobiluomo Scipione Dentice. Fu la famiglia Dentice, infatti, per volontà di Scipione a fare dono di una delle tante loro proprietà ai frati francescani, per la realizzazione di una chiesa e di un convento a Marano, il cui podere, denominato l’olmo, si trovava nelle vicinanze della chiesa San Castrese.

Negli anni successivi diverse furono le donazioni che si aggiunsero a quelle dei Dentice, come quelle di Vittoria Riccardo Sciccone e dei figli Vincenzo, Fabrizio e Nando nel 1618. Il percorso per la costruzione dell’intero complesso fu lungo e tormentoso: nel 1649, infatti, durante i lavori della cupola, la chiesa crollò, causando diverse vittime tra le maestranze.

Ad affrescare le volte del refettorio e del chiostro fu Angelo Mozzillo di Afragola, acclamato pittore di fine settecento, le cui opere sono ammirate in diverse chiese napoletane come San Lorenzo maggiore, Sant’Anna dei Lombardi e presso l’Eremo dei Camaldoli. Ad abbellire la seicentesca chiesa fu l’arte di “Felix pinixit”, ovvero Padre Felice da Napoli. Il magistrale Giuseppe Barleri (scrittore defunto), autore di diversi volumi sulla storia di Marano, ha scritto che questo frate francescano “fu maestro di solide e raffinate qualità artistiche, ma da molti apostrofato “pittore ombra”, per la sua vita per nulla appariscente, malgrado le non comuni qualità artistiche”.

Padre Felice lasciò questa terra nel maggio 1717. E’ del 1700 anche la donazione dell’organo, fatta da donna Catarina Ygleses, ricca e possidente, la quale era “monaca bizzoca” dell’ordine francescano. Lo strumento fu riparato numerose volte ma, nel 1956, fu eliminato perché il solaio su cui era posizionato, presentava pericolo di staticità. Il campanile raggiunge un’altezza di circa 20 metri: fu innalzato contestualmente alla costruzione della chiesa e quella dello stesso convento. Di antica bellezza è lo straordinario chiostro, composto da portici ogivali, i cui pilastri sorreggono il dormitorio dei frati. Nel 1692, alle spalle del refettorio, fu realizzata una delle due cisterne d’acqua, alta circa 40 metri, la cui opera fu affidata ai taglia monti Angelo e Leonardo Trofa.

“Di storie, questo convento ne ha vissuto tante e declamarle tutte –  ha detto Carmine Cecere, mugnanese, esperto di storia del comprensorio giuglianese, in particolare dei territori di Mugnano, Marano e Calvizzano –  è impossibile; alcune però sono riportate negli annali di Francesco Capecelatro, il quale racconta le gesta di un brigante di nome Luigi Taglialatela di Giugliano che, nel 1637, contrariato dal fatto che Scipione Dentice diede in sposa una sua figlia a un tal Brancaccio, dichiarato acerrimo nemico, si mise a capo di trenta suoi pari ed entrò a Marano a caccia del nobiluomo per fargliela pagare. Mise a soqquadro l’intero casale, dopodiché si introdusse finanche nella chiesa del convento, dove, però, non trovò nessuno. Pertanto l’armigero, insieme al suo drappello, se ne tornò a Giugliano, senza aver lavato l’onta dell’offesa procuratagli dal Dentice”.

Di Mimmo Rosiello