Lo Russo, le prime dichiarazioni dell’ex boss: “Non mi fidavo di mio nipote, sapevo che poteva uccidermi”

Lo Russo, le prime dichiarazioni dell’ex boss: “Non mi fidavo di mio nipote, sapevo che poteva uccidermi”

Napoli. Prime parole da pentito per Mario Lo Russo, ex componente di spicco dei cosiddetti “Capitoni” di Miano che ora ha deciso di collaborare con la giustizia. L’ex boss è stato ascoltato lo scorso 15 aprile dal pm della Dda di Napoli Enrica Parascondolo all’interno del carcere milanese di Opera. Una vita di lusso quella degli affiliato allo storico gruppo camorristico dell’area nord. Fiumi di soldi che arrivavano da estorsioni, scommesse e appalti per gli ospedali. L’attuale collaboratore di giustizia temeva però, stando a quanto emerge dalle prime parole all’Antimafia, di essere ucciso da suo nipote Antonio, figlio di Salvatore e considerato il vero reggente della cosca.

Ecco uno stralcio del verbale riportato da Il Mattino: “Entravano in cassa circa 50mila euro al mese. Io prendevo 5mila euro a settimana, la moglie di mio fratello Carlo, da detenuto, 3mila. Per gli altri le mesate variavano da mille a 2mila euro a seconda del ruolo all’interno del clan e del numero di familiari a carico. I capi potevano permettersi un regalo da 100mila euro per festeggiare la scarcerazione e le mogli la dolce vita tra griffe, puntate al Bingo e serate da jet set…Di recente la moglie di Salvatore e mia moglie sono andate insieme al Festival di Sanremo…Quando il 13 aprile 2013 fui scarcerato mio nipote Tonino mi regalò 100mila euro in contanti. Apprezzai il gesto e accettai, ma non mi fidavo di lui, sapevo che sarebbe stato capace di uccidermi come aveva fatto con il cognato di mio fratello…”. Tonino arrestato a Nizza lo scorso anno era diventato famoso per essere apparso  a bordo campo allo Stadio San Paolo di Napoli ad assistere ad una gara degli azzurri e da latitante: ” …A Miano arrivava all’improvviso e incontrava solo Lelè e Gigiotto di cui si fidava. Non me. Ognuno di noi era diffidente dell’altro. Dopo il pentimento di mio fratello Salvatore avrei voluto estrometterlo perché, in quanto figlio di un pentito, per me non avrebbe dovuto più comandare…Quando Tonino mi dava appuntamento temevo che fosse una trappola, ma non potevo disertare… una volta ci andai  con mia moglie e mia figlia. Gli incontri avvenivano in case di campagna nel Nolano, abitate da gente del posto…Tonino comandava anche da latitante. Tutto si muoveva in base a quello che lui decideva: droga, sale scommesse, i soldi degli ospedali. Anche gli omicidi… Dopo la scarcerazione mi accontentai di 5mila euro a settimana perché il controllo di tutto lo teneva Tonino con i suoi fedelissimi e io ero considerato un pensionato. Aspettavo che li arrestassero per riprendere la gestione. Ho fatto buon viso a cattivo gioco…”