Alla scoperta di Axel Witsel. Un viaggio tattico nella carriera del centrocampista che vuole il Napoli

Alla scoperta di Axel Witsel. Un viaggio tattico nella carriera del centrocampista che vuole il Napoli

Il Napoli è alla ricerca di un centrocampista in grado di far fare il salto di qualità alla squadra, in grado di rispondere all’acquisto della Juve di Pjanic e quel centrocampista potrebbe essere Axel Witsel. Nome pesantissimo per il mercato azzurro, come quello che ha il calciatore belga, lo stesso nome di uno dei più grandi cantanti della storia del Rock che però si è fatto togliere la lettera “e” per creare con “Rose” un sofisticato quanto volgare anagramma che si può ritrovare nella letteratura erotica indiana e che ha in comune con il calciatore solo la passione per le belle donne, quella per i tatuaggi e la tendenza a sottrarsi dal centro nevralgico del proprio mestiere. Uno in Indiana, l’altro prima in Belgio, poi in Portogallo, infine la Russia.

Nel Paese natale Witsel cresce in una delle squadre più forti della storia del calcio belga, lo Standard Liegi di Fellaini, Jovanovic, Defour, Mbokani, roba che per la Jupiler League equivale al Dream Team di Barcellona ’92.

Che tipo di giocatore andrebbe a prendere il Napoli? Fisico statuario, le spalle larghe e la chioma afro lo fanno sembrare più alto dei suoi 186 centimetri. Capacità sinistra quando deve proteggere la palla con il corpo che è abituato a tenere il pallone sotto di sé facendolo scorrere subito dopo lo stop, sporgendo le anche il sedere come un giocatore di basket che protegge il palleggio in post, togliendo spazio all’intervento dell’avversario, proprio come faceva il compianto Tim Duncan (sigh) che proprio come il padre di Witsel è caraibico dalla testa ai piedi. Le gambe molto lunghe coprono una superficie abbastanza ampia, e con una forza sufficiente a respingere quasi ogni aggressione. Se non ha l’uomo addosso, ma solo nelle vicinanze, lo stop è ancora più tecnico e pulito: sempre e solo di destro, è capace di mettere giù con il collo del piede anche lanci di 30 metri accompagnando il pallone a terra, proprio come farebbe un tennista che controlla una palla da tennis con la racchetta dopo uno smash smorzato, mantenendo sempre l’equilibrio e la compostezza del corpo.

Una volta addomesticata, la palla rimane sempre a contatto del piede del figlio della Martinica, con un ottimo repertorio di controlli e di buona creatività per uscire palla al piede dall’intervento diretto. La ricezione prevede sempre un’azione successiva, raramente si avventura in tocchi di prima, se non per chiudere un triangolo al limite dell’area.

Vederlo perdere palla è un evento raro durante una partita, e solitamente lo si può attribuire alla distrazione, difetto che lo ha accompagnato nella prima parte di carriera, più che all’intervento avversario. Appoggiandosi al fisico o alla tecnica, finisce per perdere solo un pallone di media a incontro.

Witsel è un buon passatore, anche se non ai livelli di Jorginho.  Tanto per cominciare il repertorio dei suoi passaggi non è molto vario: va dal piatto rasoterra per il compagno vicino al rasoterra teso per il compagno a media distanza, fino al lancio di collo interno per chi sta lontano. Utilizza quasi solo la parte interna del piede e con un scarsissima dose di creatività anche se col tempo sta migliorando.

Forse Witsel preferisce dare palle sicure per mantenere un possesso che metta a proprio agio i compagni meno dotati ed è la dote più apprezzabile del centrocampista perché Witsel è in grado di mantenere da solo in piedi un centrocampo. In questo caso crescere di fianco ad un cavallo pazzo come Fellaini ha dato i suoi frutti. Il basso grado di difficoltà dei passaggi alimenta la percentuale dei passaggi riusciti, vicina all’86% in carriera. Raramente si avventura in passaggi che concludano l’azione: sfrutta raramente la propria visione di gioco e questo si rispecchia nella bassa media di passaggi chiave a partita. Sotto la guida di Villas-Boas all’ Zenit, Witsel ha cominciato a giocare più avanzato, ma il peso del suo gioco è sulla costruzione dell’azione e non sulla sua definizione.

Witsel si fida talmente del suo controllo da risultare quasi letargico quando in possesso del pallone e con spazio intorno a sé, cosa che rallenta ancora di più l’azione di quanto non faccia la sua abitudine a giocare sempre con minimo due tocchi ed è per questo che a Napoli si parla di un calciatore lento. E’ solo un’impressione dovuta al suo gioco più che di vera e propria lentezza fisica.

Per questo Witsel va considerato come una mezzala di possesso, forzato con il tempo a toccare tanti palloni e finito a giocare da regista.

Per quanto riguarda l’aspetto prettamente offensivo, Witsel possiede un tiro potente, esteticamente perfetto, ma che viene sfruttato poco. Non tirando molto punisce le difese soprattutto nei duelli aerei. Il discorso sui duelli aerei merita un discorso a parte poi, perché Witsel condivide con Fellaini, ex compagno di squadra allo Standard Liegi e attuale compagno di Nazionale, un’abilità di prim’ordine.

Witsel ha uno stacco potente che, aiutato dalle spalle larghe, gli permette di vincere praticamente sempre il duello aereo con l’avversario.

Non è un’esagerazione, la palla di testa riesce a prenderla anche senza bisogno di smarcarsi e questo è dovuto sempre ai suoi primordiali rudimenti di formazione baskettara. Il tagliafuori e il terzo tempo del calciatore belga fanno invidia a tanti professionisti della pallacanestro.

Allo Zenit, Witsel ha condiviso il centrocampo con un ex obiettivo del Napoli, Javi Garcia, che è un po’ Allan, un po’ Jorginho e che difettando di personalità ha quasi sempre preferito lasciare l’iniziativa al riccioluto compagno che però senza palla fa davvero pochissimo perché prima Spalletti e poi Villas-Boas volevano che Witsel assorbisse il pressing avversario perché come tiene la palla lui, davvero in pochi.

Da questo profilo ne esce fuori un calciatore che ha un predecessore illustre, brasiliano, che ha vestito le maglie di due grandi rivali del Napoli. Parliamo di Juve e Roma, parliamo del Puma Emerson.

Il paragone non è un caso perché nei report che arrivavano in Italia sui primi passi di Witsel nel mondo del calcio lo si paragonava ad Emerson e a quello che sembrava essere il suo erede, Momo Sissoko, che abbiamo visto in Italia nella Juve e nella Fiorentina e che  è andato a guadagnare milioni in Cina dopo una burrascosa e violenta vita privata. Col tempo Witsel è diventato meno incontrista e più regista di Emerson, ma il paragone ancora oggi regge.

Voi nel Napoli non lo avreste voluto il Puma?