40 colpi di mitra contro i carabinieri, così i ragazzini fotografano Gomorra

40 colpi di mitra contro i carabinieri, così i ragazzini fotografano Gomorra

Napoli. Sono belli, nel sole. Terribilmente ingenui. Di colpo adulti. Escono da scuola, carichi di allegria ed entusiasmo con i zaini in spalla. Uno ride, sfida i giornalisti con gli occhi mentre stringe un foglio da disegno arrotolato. Un altro ha un cappello da basket in testa. Un altro ancora un capello phonato alla Hamsik, il calciatore del Napoli.  Infilano le dita dentro i fori di proiettile di mitra lungo la facciata esterna della caserma.

Le loro braccia convergono tutte verso un foro, il più grande, quello alla loro altezza. Ci mettono le dita dentro, assaggiano l’orrore col tatto delle mani. Gli altri fori sono troppo alti, per quelli c’è bisogno di prendere il telefonino. Il ragazzo con il crestone alla Hamsik si sfila lo smartphone dalla tasca e comincia a immortalare i buchi di proiettile. In particolare quello che fora l’ovale con la scritta Carabinieri. Avrà sì e no 12 anni. “Hai capito niente?”, fa vicino all’amico. “Hanno sparato contro le guardie stanotte! Guarda che buchi!”

ragazziniGuardie e ladri, nel loro immaginario. O meglio ancora guardie e camorristi. Come Gomorra. In questa stradina di Secondigliano, via del Macello, sul confine con Casavatore, i bimbi all’uscita di scuola visitano il luogo dell’orrore. Al suono dell’campanella li aspetta l’escursione inaspettata dentro un set televisivo. La finzione che ha invaso la realtà e l’ha inghiottita fino ad assorbirla. Loro ci sono dentro, possono toccare con mano l’orrore, vedere che le sparatorie tra Genny Savastano e gli uomini di Salvatore Conte sono vere, in fin dei conti, sono qui, a portata di mano, sono quelle sventagliate di mitra incastonate lungo la facciata della Caserma come gemme di paura. Si chiamano Lo Russo, Walter Mallo, Amato-Pagano. Ma sono nomi intercambiabili. Sono gli stessi.

“Troppo bello!”, commenta un ragazzino mentre quei fori gli bucano gli occhi, gli entrano nel cervello. E pensare che forse, quelli che hanno sparato per davvero sono poco più grandi di loro. Hanno solo un po’ più di forza – ma la stessa ingenuità – per imbracciare un mitra e interpretare la parte di Tony Montana nella scena finale di Scarface, quando tutti lo sparano e, in preda un delirio di onnipotenza, offre il petto ai colpi degli avversari senza cedere di un millimetro.

La gita speciale poi finisce. I ragazzini ritornano a casa. Mostreranno le foto ai loro genitori, la prova di quello che hanno visto. Lo faranno mentre sono a tavola a mangiare, o a disfare la cartellina in cameretta. Il pomeriggio faranno i compiti, poi tireranno calci a un pallone in mezzo a un cortile. Torneranno alla quotidianità dopo il viaggio dentro Gomorra. Con una nuova consapevolezza, adesso: quando incontreranno, per caso, un buco lungo una parete, immagineranno altro. Saranno per loro colpi di mitra. E quella Gomorra che hanno fotografato, un pomeriggio all’uscita di scuola, potranno sognarla così intensamente da poterla vivere un giorno in prima persona.

Di Marco Aragno