“La comunicazione politica”

E’ vero. L’americanizzazione della politica è generalmente intesa come il trasferimento di pratiche, stili ed approcci dal contesto statunitense ad un contesto geografico diverso. Pratiche, stili ed approcci disegnano un quadro molto complesso, tal volta cristallizzato in etichette dotate di forte valore evocativo. Pratiche, stili e approcci non costituiscono però modelli, culture di comunicazione, regole. Ne risulta uno scenario a tratti sconcertante, dove le certezze sono di gran lunga superate dalle incertezze e dai tentativi per prova ed errore. Ed il senso comune della consulenza politica viene assurto a scienza della comunicazione.

Estremamente variabile è quindi sia il modello predominante che le sue più o meno illustri variazioni su tema. Così, il caso italiano all’indomani della trasmissione Porta a Porta, realizzata in esclusiva in occasione della consegna delle case ai terremotati d’Abruzzo, ci affida il ritratto di un premier che applica il cosiddetto “modello americano” alla lettera, facendosene il più fedele interprete fino ad instaurare un cambiamento de facto nella forma di governo, ma che – nel maneggiare gli strumenti sensibili in uso alla comunicazione politica – appare, spesso, un apprendista stregone. Quasi che la comunicazione politica non fosse davvero del tutto riducibile, o riconducibile, alla logica commerciale. Quasi che non di migrazione si trattasse, ma più correttamente di contaminazione. E’ quanto sostiene Cristian Vaccari nel libro La comunicazione Politica , pubblicato nel 2007 per la Carocci Editore come aggiornamento della sua tesi di dottorato conseguita presso lo Iulm a Milano. Il testo descrive la comunicazione politica come un territorio di mezzo insolito, con aree attrezzate a pic nic, percorsi ad ostacolo e sabbie mobili.

In questo contesto fare campaigning con la consapevolezza che l’unica vera regola è che non esistono regole implica la riduzione della politica ad un gioco di ruolo. Così la politica – tutta, diremmo – finisce con il diventare prigioniera di tre parametri-pilastro: il voto, il dato di sondaggio, lo share. Le strategie di campaigning hanno il compito di tradurre dati di sondaggio e share in consenso e popolarità e, questi ultimi, nuovamente in voti lungo un percorso che non può subire intoppi, pena il ritorno alla prima casella del gioco. Lo smarrimento del senso della realtà è un rischio da mettere in conto. Ma in fondo è solo un gioco che si può ricominciare da un altro punto del sistema. E’ la lezione americana. Le vicende di questi anni ricostruite da Vaccari sono significative e testimoniano come la competizione politico-elettorale si giochi, appunto, su più piani contemporaneamente e senza esclusione di colpi pur di acquisire capitale mediatico da spedere in altre arene. Così si apprende che il comandante in capo George W. Bush sapeva di dover spendere tutto il suo capitale mediale sul territorio di guerra, negoziando di volta in volta con il Congresso la quota di finanziamento finalizzata ad esportare la democrazia in Iraq ed in Afghanistan. Se poi si intreccia la storia della comunicazione politica con la storia dei partiti, si può intavvedere la parabola che lega a doppio nodo il destino dei partiti al destino dei media dove la crisi dei primi afferma la centralità dei secondi.

Fino ad un certo punto però, dove per necessità elettorale, si rimette mano all’America Profonda, si risvegliano le coscienze, si richiama in gioco l’identificazione di partito e si reideologizza il dibattito politico. Si ritorna, cioè, ad una retorica tipicamente pre-moderna. Ecco, se forse un punto va contestato nell’impianto del libro ma, più generalmente, nella letteratura scientifica è l’aver classificato con troppa fretta la fase attuale come post-moderna, subendo una tentazione un po’ fin de siecle comune anche ad altri settori di studio. Cosi la lettura della storia politica di un paese sembra tagliata con la scure ed i cambiamenti sembrano più drammatici di quelli che in realtà sono stati. Non solo. Tanti sono gli indizi che confermano il perdurare di una tarda epoca della modernità, soprattutto in Europa dove riemergono forme di rappresentanza populistica che si manifestano come pulsione a superare, per via carismatica, la rappresentanza istituzionale. In Amercia torna la radio parlata e tornano pure le vecchie strategie di comunicazione interpersonale con le logiche di microtargeting più tipiche delle epoche precedenti, cosiddette pre-moderne e moderne.

E si può ipotizzare anche il ritorno dei partiti, come peraltro conferma l’autore: «Infatti, la rinnovata centralità del contatto diretto, della mobilitazione elettorale, della costruzione di network relazionali e della ricerca di base sui comportamenti di voto richiedono investimenti di lungo periodo che i partiti, in quanto istituzioni permanenti, possono svolgere meglio dei consulenti e delle organizzazioni temporanee dei candidati. Sono tuttavia anche necessarie competenze tecniche avanzate di cui i partiti dovranno dotarsi, probabilmente assumendo professionisti specializzati in queste funzioni» (p.53). Magari, diremmo noi, attingendo alle enormi risorse culturali e competenze tecnologiche che esistono in rete in varia forma, istituzionalizzando le nuove pratiche online nei repertori d’azione politica. Decidere se Obama è moderno, tardo moderno o post-moderno sarà poi un esercizio di stile: il sincretismo con cui ha condotto la sua campagna e che caratterizza anche la sua amministrazione è talmente lontano dai modelli di riferimento del passato che alcuni osservatori hanno pensato fosse iniziata l’epoca della post-politica.

La complementarietà degli strumenti utilizzati nel corso della campagna, la convergenza di formati e stili di comunicazione, l’impronta high tech della sua comunicazione, il gioco di rimandi continui fra media di massa e di nicchia hanno contribuito a darne una lettura per certi versi deterministica. Eppure nulla avrebbero potuto fare le nuove tecnologie da sole se Obama non fosse diventato – mi si passi un po’ di retorica – media e messaggio. Il testo di Vaccari è un’agevole lettura dei cambiamenti avvenuti nel corso di poco più di mezzo secolo nelle modalità di fare campagna in America. Potrebbe essere considerato un manualetto ad uso e consumo degli studenti che vi potrebbero rintracciare l’intera disciplina per parole-chiave corredate da esempi chiari e ben illustrati. Potrebbe essere inquadrato come un approfondimento specifico delle tecniche e strategie di campagna permanente – vero cuore del libro – dove è possibile ricostruire le strategie di comunicazione di alcune policies considerate strategiche per il posizionamento del Presidente nell’arena mediatica e politica: la riforma sanitaria di Bill Clinton si ascrive così nell’ambito di un fallimento determinato in larga parte dalla sua stessa tempistica, cioè quando ormai la luna di miele con i media era finita ed i gruppi di pressione avevano già organizzato e predisposto la loro contro-campagna.

Il Sollievo fiscale di George W. Bush segnò invece una sua decisiva vittoria grazie al framing della restituzione di un surplus di entrate che, quindi, era corretto restituire ai cittadini. Non fu altrettanto fortunato invece sulla politica delle pensioni. Fra un capitolo e l’altro si dipana il paradigma della centralità dei media, attraverso i cambiamenti più o meno strutturali del sistema mediatico e delle modalità di fare giornalismo: mediatizzazione, disintermediazione e re-mediazione sono le componenti chiave di un’analisi solo in parte disvelata ed ancora contradditoria. Quale l’immagine che Vaccari – insieme a cinquant’anni di ricerca – ci consegna. E «da qui converrà proseguire» (p.170).

Cristian Vaccari, La comunicazione politica, Roma, Carocci editore, 2007