Indignopoli: note sul giornalismo speculativo

Ladri, malfattori, corruttori, corrotti, latitanti e mentitori. Azioni quali peculato, ruberie, latitanza, tangenti, appalti manipolati e, ahimè, suicidi. Sembra di parlare della Napoli di questi giorni ma, più in generale, è l’Italia di questi anni. Verrebbe da dire l’Italia che è sempre stata. L’Italia degli ultimi anni la conosciamo. Da Tangentopoli in poi è stata una ripida discesa dove velocemente abbiamo assistito di tutto. Un’Italia ampiamente discussa e raccontata, fino a diventare un vero filone culturale, dal vago sapore di critica sociale e politica, fatto di termini e libri, convegni e talk show televisivi.

A mia memoria e conoscenza tecnica il watch-dog è sempre esistito, ma negli anni il giornalismo avversariale ha assunto connotati diversi. Ha assunto le forme di un genere letterario che fa gola alle case editrici, un genere che – come mi faceva notare la mia compagna – rimanda alla denuncia delle malefatte di questo o quel gruppo di potere, di questa o quella persona, da
additare come immeritevole dello status acquisito ma che nella fattispecie sanno di commercializzazione dell’indignazione, di conformismo della denuncia. Non so tutto ciò quando sia iniziato. Forse l’epicentro è identificabile nella famosa comparsata effettuata a poche settimane dalle elezioni da Marco Travaglio a Satiricon, dove venne presentato L’odore dei soldi e che in poco più di un mese divenne un best-seller, che ancora oggi vende copie e edita ristampe. Mentre la punta massima è stata toccata da La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, vero e proprio fenomeno letterario, che ha coniato e lanciato dal punto di vista giornalistico uno termini più abusati degli ultimi anni, la casta appunto.

Ma a questo filone ne potremmo ascrivere altre decine, se non centinaia, di pubblicazioni, che più o meno formulano ipotesi, sottolineano illeciti, fanno i conti in tasca ai politici e agli amministratori, che indicano tecniche e strategie di aggiramento delle regole. Come ad esempio, Toghe che sbagliano di Claudio Defilippi e Debora Bosi o Italiopoli di Oliviero Beha, oppure La Macchina delle Bugie di Loris Mazzetti. Un filone dunque prolifico, basta aprire un comune motore di ricerca e cliccare italia+politica+libri che, al posto di un bel saggio di Sartori, vi compare Sprecopoli, il libro di Nicola Porro o Out-let Italia di Cazzullo. Per non parlare delle pubblicazioni tese a toccare l'”intoccabile”, come ad esempio il filone dedicato ai sindacati che vede in Ichino il suo ispiratore e nella Liviadotti la sua più pericolosa deriva.

Ora, il problema non sta nelle pubblicazioni in sé, nel senso che ben vengano tali argomentazioni, ben vengano i nomi, siamo lieti di ascoltare ed osservare fatti e misfatti. Ciò che colpisce in questa sorta di moto verso la protesta, la denuncia e l’indignazione è l’inefficacia a trasformarsi in quello che qualche anno fa gli stessi autori di questo filone chiamavano massa critica e che ricalca in parte il BlogStyle, il più delle volte identificabile in un “tanto rumore per nulla”. Il loro lavoro fa fatica a diventare opinione pubblica, eppure osservate le vendite (La Casta è un Best Seller) dovremmo ritrovarci centinaia di migliaia di persone in strada a randellare amministratori e politici. Se nella prima repubblica il tutto era taciuto in questa è palesato e addirittura assorbito, fatto cultura (si veda come il termine fannullone sia ormai d’uso comune quando si fa riferimento ai lavoratori della PA) se non addirittura usato dai governi per combattere questo e quel avversario (si vedano i continui attacchi di Brunetta al sindacato). Vale la pena riflettere dunque su questo crescente filone editoriale e se possa o meno essere efficace sul piano politico. Siamo davanti ad un sociale verificato e filtrato dai giornalisti ma che ha fatica a diventare politico. L’unico effetto visibile è quello delle vendite e delle continue presentazioni in tv o sui giornali. Un filone editoriale che fattosi dato stenta a diventare sociale e a sviluppare un serio processo di trasformazione culturale, con la successiva creazione di una piattaforma politica che abbia come unico intento quello di prendere per le orecchie un paese e risollevarlo da una sempre più lenta e dolorosa agonia.

Un giornalismo avversariale di moda, un watch-dog dopato. In una sola parola: Indignopoli.