Blog e Semantic Web: verso una convergenza?

Le ipotesi di chi si pone come osservatore delle “grandi manovre digitali” hanno trovato di recente un nuovo oggetto. Ricercatori, giornalisti, ideologi delle libertà in rete vedono nel Weblog la storia futura di una trasformazione, oramai permanente, del fare informazione. Per alcuni, uno strumento che permette di commentare e interagire con il fine ultimo di focalizzare dinamiche sociali, per altri, l’ennesimo prodotto di “eroi” desiderosi di edificare un sistema immediato di diffusione delle informazioni.

Al di là delle osservazioni – per molti versi iperboliche – che intravedono nel Weblog le prime espressioni culturali di fantomatiche “identità cibernetiche”, ciò che si sottrae al dibattito sui Weblog è la costruzione di una euristica capace di inquadrare l’aspetto generativo dei fenomeni connessi alla partecipazione ed alla circolazione delle informazioni politiche in rete. Si percepisce un vuoto paradigmatico difficile da colmare, indi, il ricorso a “novitismi” sempre più ambigui.

Entrando nel merito dell’analisi si può affermare che la partecipazione ai Weblog è tarata dal principio del “granello di sabbia”. Un blog da solo è useless. Il blog traccia un percorso, orienta l’utente segnalando i Post più interessanti o più commentati, permettendo così anche una maggiore usabilità del mezzo. Il tutto in linea con dei meccanismi che le agenzie di marketing pubblicitario conoscono bene, presenza e visibilità. Va da sé che la principale caratteristica di tale “metodo” di circolazione delle informazioni in rete è l’aggregazione, lo snodo, l’attenzione verso altri Weblog, senza mai esaurirsi alla pura e semplice interazione informativo-comunicazionale, ma nella sua sfera vitale: la costruzione di network sociali. De Kerckhove, direttore del McLuhan Program dell’Università di Toronto, sostiene che grazie ai Weblog siamo entrati in una terza fase del web. “La prima è quella di Tim Berners Lee, la creazione vera e propria, con il punto di accelerazione di Mosaic, la seconda è quella di Yahoo, di Google, in cui il Web diventa usabile perché c’è la possibilità di navigare con pertinenza nel Web. La terza è il blog, che da quando esiste ha cambiato le caratteristiche di risposta dei motori di ricerca”.

La questione a questo punto può essere posta in una chiave squisitamente infostrutturale. Cercando di non riconsiderare il ruolo primario che la scelta di agenti informatici con linguaggi innovativi hanno nella discussione (come, ad esempio, l’Extensible Markup Language) e spostandoci sul piano della scelta di protocolli nuovi di comunicazione, possiamo facilmente individuare nel blog un passo fondamentale, capace di produrre ontologie utili alla cooperazione ed alla interoperabilità tra agenti informatici, tra uomini, tra agenti informatici e uomini. Appare ovvio che uno screening semantico che ha come scopo creare ontologie (il plurale è d’obbligo) istituisce necessariamente una standardizzazione degli argomenti, una categorizzazione dei significati. Inconsapevolmente i Weblog hanno le caratteristiche elementari dell’indicizzazione dell’informazione per significato, riducono quella eterogeneità semantica concettualmente molto cara ai linguisti, partecipano a proprio modo a quel processo che Tim Berners Lee ha definito Semantic Web.

Possiamo quindi vedere la blogosfera come la parte non definita di un disegno sperimentale di ricerca che, attraverso una collaborazione ed una cooperazione multi-disciplinare, ha come scopo l’evolvibilità del web e dei rapporti che sussistono in essi. Tim Berners Lee ne è fermamente convinto: “Il Web ha successo perché l’ipertesto è un mezzo talmente flessibile che il Web non limita il Sapere che cerca di rappresentare. Altrettanto deve valere per la rete di significati. In effetti, la rete di tutto quello che sappiamo e usiamo di giorno in
giorno è assai complessa. Per rappresentarla ci serve la potenza di un linguaggio forte. […].Quando tale potenza verrà liberata, i computer della Rete Semantica acquisiranno prima la
capacità di descrivere, poi di dedurre e infine di ragionare”.