I Guru del digitale de noantri

E’ sempre stato divertente leggere le esternazioni dei Guru del digitale “de noantri” ma, negli ultimi tempi, pare che il gran fracasso di questi personaggi stia trascendendo fino a formulare etichette, categorie, modelli che rasentano quantomeno il ridicolo. Qualche giorno fa, ad esempio, mi è capitato di sbattere il naso sull’etichetta Umanità 2.0. Solitamente leggo, tento di dare una mia valutazione (ovviamente del tutto personalistica) copio e incollo su una cartella word e metto in archivio per poi usarla in qualche articolo di ricerca o qualche libro futuro. Ma davanti a Umanità 2.0 non posso che esprimere tutta la mia totale contrarietà per l’evidente pressapochismo che una tale definizione comporta.
Già il termine Web 2.0 contiene in sé diverse speculazioni che la “big conversation” in rete ha amplificato senza senso critico, e ancora oggi mi chiedo come mai – soprattutto in Italia – gli esperti, gli studiosi, i VIB (Very Important Blogger) non hanno mai aperto un serio confronto sulla inutile categorie del 2.0. Figuratevi su una categoria tanto inutile quanto speculare all’editoria come Umanità 2.0.
Siamo ancora in quella fase ideologica della rete che ci tiene distanti dalla maturità economica, sociale e politica del web. Certi personaggi speculano forzando ideologicamente un terreno di barbari ed imbarbariti, di consumatori e produttori di contenuti facendo molto male all’effettivo sviluppo della rete e al dibattito meno scontato intorno all’economia della conoscenza, al capitalismo cognitivo e alla classe creativa.
Mi chiedo ora: quando saremo davvero in grado di cominciare una discussione matura del e sul web, sui processi di valutazione e validazione delle informazioni, di produzione della conoscenza, di una comprensione post-ideologica che finalmente liberi l’utente (o se vi piaccia il cittadino digitale) dalla schiavitù delle parole e delle etichette a caso, o magari rubacchiate da qualche creativo presente in rete?
Infine, seguendo le orme di Metitieri mi chiedo: a quando una seria teoria critica di internet anche in Italia?