Giugliano la Popolare contro Aversa la Nobile . La rivalità ha una storia antica

Giugliano <i> la Popolare </i> contro Aversa <i> la Nobile </i>. La rivalità ha una storia antica

Un bellissimo ed istruttivo post di Arturo D’Alterio su Facebook, dal titolo “Giugliano e la Real Repubblica Napoletana del 1647-1648. Quando i contadini di Giugliano decisero di dire basta alle vessazioni di conti e baroni” sta spopolando sui social grazie all’incredibile storia, semi sconosciuta, raccontata dal  giuglianese: “La sigla S.P.Q.N. -si legge- sintetizzava il motto Senatus Populus Que Neapolitanus. Il Senato ed il Popolo Napoletano. Rappresentava la forma di Governo composta da tre senatori eletti dai nobili e tre senatori eletti dal popolo . Fu la prosecuzione della rivolta di Masaniello, gli scontri avvennero soprattutto nella provincia napoletana. In particolare Giugliano fu piazza d’ armi nello scontro tra la nobiltà napoletana rifugiatasi ad Aversa e i contadini massari guidati da Francesco Puca. Quest’ultimi vessati sempre di più da esose gabelle non ne potevano più di baroni, conti e marchesi che compravano casali (centri abitati),come investimento economico da recuperare e lucrare con tasse sempre maggiori. Anche questo periodo storico vide contrapposti giuglianesi ed aversani, i primi appoggiati dai repubblicani filofrancesi, i secondi lealisti della Corona spagnola.Giugliano ebbe un ruolo centrale nell’organizzazione della rivolta contro i privilegi.

 

Fu piazza d’ armi,riuscì con successo ad isolare i nobili napoletani rifugiatisi proprio ad Aversa. L’intervento dell’ Armata Spagnola in soccorso del vicere’,pose fine a questa brevissimo periodo storico che si spense definitivamente qualche anno dopo con la decimazione della popolazione a causa della peste. Lo storico Nello Ronga così racconta gli eventi ” Il Duca di Guisa consapevole che Napoli avrebbe ceduto se non avesse trovato il modo di approvvigionarla di viveri, raccolse circa tremila popolari avvezzi all’uso delle armi tra Napoli e i comuni limitrofi. Volendo assalire Aversa decise di fissare la piazza d’armi dei popolari a Giugliano. Intanto continuava i preparativi per assalire Aversa e occupare Nola e Acerra. Ad Aversa, il 6 dicembre, si sparse la voce che un esercito di 4000 popolari e un buon numero di francesi con i giuglianesi si preparavano ad assalire la città e che erano già giunti alle trincee vicino all’Annunziata. I soldati che le custodivano scapparono prima di vedere il nemico. Vi accorse il Tuttavilla con un gran numero di aversani e lo stesso vescovo Carlo Carafa a cavallo con due pistole attaccate all’arcione. Accortisi poi della falsità della voce che era circolata, posti altri soldati a guardia delle trincee, si avviarono verso Giugliano. Ma i popolari si ritirarono nel loro casale, inviando fuori solo trenta uomini a cavallo a molestare i guastatori. Attaccati dai soldati regi, rientrarono nel casale. Lo stesso giorno era giunto a Giugliano il duca di Guisa, insieme al duca di Modena, che l’Annese aveva nominato Maestro di campo, con tremila fanti e quattrocento uomini a cavallo. Il vescovo di Aversa Carlo Carafa, intanto, che per il passato era stato di animo virile e che molto si era impegnato per la causa spagnola, venuto a conoscenza dell’arrivo del Guisa a Giugliano, si era convinto che il partito spagnolo era in cattive acque e aveva deciso di trasferirsi a Capua.

 

A nulla valsero le pressioni esercitate dai baroni che, tra l’altro, gli facevano notare l’effetto negativo che la sua partenza avrebbe esercitato sugli aversani. Il mattino dopo, partì accompagnato dal barone di Giugliano con la maggior parte della sua gente. Intanto si sparse la voce che la domenica successiva, 15 dicembre, il duca di Guisa con i popolari di Giugliano avrebbe assalito Aversa. Spinto anche dalle voci che gli erano arrivate su un dissidio sorto tra i baroni ad Aversa, la sera della domenica il Guisa partì da Giugliano con duemila fanti e trecento uomini a cavallo, con molti “strumenti di fuoco” per attaccare e scalare le mura, diretto ad Aversa. I popolari marciavano verso la città normanna gridando che la sera volevano cenare nelle sue mura. Giunsero così inaspettati e veloci alle prime trincee, che erano fuori dell’Annunziata, che il duca D’Andria, che era a guardia della piazza d’armi, non si rese conto dell’importanza dell’attacco e quindi non aveva chiesto aiuti al comandante generale. I popolari erano giunti al ponte di Friano ed avevano occupato due case ai margini della strada, vicino alla chiesa. La cavalleria avanzava in avanguardia mentre i fanti, armati di picche e moschetti, erano sparsi nei campi vicini. Il generale Tuttavilla organizzò la difesa e dopo scontri violenti i popolari furono respinti, lasciando sul campo quattrocentosessanta morti più un grosso numero di feriti e di prigionieri. Il martedì 17 ritornò da Capua il vescovo Carafa. Il duca di Guisa, convinto che solo con l’appoggio dei rivoltosi non avrebbe mai preso il controllo del Regno, tentò vari abboccamenti con i nobili. Dopo questa sconfitta riprese i tentativi di organizzare un incontro con loro tramite il duca d’Andria per tentare di trarre lui e una parte dei baroni al suo partito. Incontro che avvenne il 19 dicembre nella chiesa dei Cappuccini, tra Giugliano ed Aversa.

 

I due, lasciati i compagni fuori, si ritirarono in chiesa e lì parlarono per circa un’ora. Il Guisa si disse disponibile a non far sbarcare la flotta francese se i nobili avessero appoggiata la sua ambizione a farsi incoronare re del regno di Napoli. Non fu raggiunto nessun accordo, perché la garanzie offerte dal duca ai nobili napoletani non furono convincenti e verso le due di notte i due schieramenti fecero ritorno uno a Giugliano e l’altro ad Aversa. Intanto il disaccordo tra l’Annese e il duca esplode. Gli obiettivi dei due sono completamente diversi. L’Annese era diventato l’interlocutore diretto della corona francese e tentava di isolare il Guisa che mirava ormai a impadronirsi del Regno. Il 31 dicembre la situazione dei regi appare disperata ad Aversa, per cui il Tuttavilla, convinto che solo la nobiltà e la “gente civile” di Aversa restava fedele al re, mentre i popolari erano a favore dei rivoltosi, inoltre essendo stati occupati dai popolari tutti i casali di Aversa, prese in considerazione la possibilità di abbandonare la città e trasferire l’esercito a Capua. Il 6 gennaio i baroni si riunirono in Aversa e, constatato che ormai la città era completamente accerchiata e che anche all’interno i moti popolari erano in crescita, decisero di abbandonarla. Alla riunione era presente anche il vescovo Carafa che concordò sulla decisione presa. Con amarezza, dice Capecelatro, ed estremo disgusto la maggior parte degli aversani apprese della partenza dei soldati regi. Partito l’esercito, i popolari aversani mandarono a chiamare quelli della loro fazione nella località più vicina, Ducenta. Al loro arrivo i popolari furono accolti dal canonico Matteo Biancolella, che il Capecelatro definisce «perfido e sfacciato partigiano di Francia».

 

Subito dopo giunse Giacomo Rosso e il duca di Modena da Giugliano con l’artiglieria. Il giorno dopo vi giunse anche il duca di Guisa, che fu accolto dal clero con la croce in processione e condotto nel Duomo. Non vi furono episodi di violenza nella città. Solo i popolani del borgo di Savignano uccisero il boia che lì abitava; gli legarono una corda al collo e l’uccisero a calci e a bastonate, trascinandolo per la città e impiccandolo poi ad un albero ove egli aveva giustiziato in precedenza i popolari catturati. Intanto Don Giovanni aveva deposto il viceré duca D’Arcos perché malvisto dalla popolazione e, contemporaneamente, stringeva i rapporti con i popolari che si stavano avvicinando al partito regio. Ai primi di febbraio giunsero notizie dalla Spagna che erano in arrivo uomini, soldi e viveri dalla Spagna e da Milano. I progressi militari compiuti dai popolari erano fragili, anche le loro vittorie militari non erano “definitive”, né il duca di Guisa riuscì a dare maggiore consistenza all’esercito popolare. Il disaccordo tra lui e l’Annese diventava sempre più marcato con grave danno per il proseguire della lotta. Ad aprile il nuovo viceré Velez de Guevara, conte di Oñate (che era giunto a Napoli a febbraio) era deciso a porre fine all’anarchia.” Riunì la nobiltà a palazzo reale, tra quali c’era anche il vescovo di Aversa, e comunicò che, approfittando dell’assenza dalla città del duca di Guisa avrebbe iniziato l’ operazione di riconquista dei territori ristabilendo così l’ ordine costituito.