Giugliano, pizzo a un commerciante. La vittima portata a casa del boss. Paparella jr: “Un regalo”

Giugliano, pizzo a un commerciante. La vittima portata a casa del boss. Paparella jr: “Un regalo”

Emergono altre intercettazioni chiave dall’ordinanza di arresto emessa dalla Procura di Napoli che ha smantellato il clan delle palazzine Ina Casa di Giugliano. In particolare, un episodio: la richiesta estorsiva ai danni di un commerciante giuglianese.

Sono le dieci e trenta del mattino del 12 luglio. Il commerciante viene prelevato da Domenico Smarrazzo, detto Sce’ Sce’, e portato al cospetto del boss delle Palazzine, Aniello. Il negoziante è impaurito, trema. Ha già mandato via, pochi giorni prima, Enis Mahmoudi, il 22enne (poi ucciso) che aveva avanzato la prima richiesta estorsiva per conto del clan. Quando la mattina del 12 si vede spuntare Sce’ Sce’ al citofono della sua abitazione, teme per la sua incolumità e ha paura di essere malmenato.

“Buongiorno, te l’ho portato”, dice Smarrazzo ad Aniello. “Sono in difficoltà malamente”, spiega il negoziante al boss, visibilmente impaurito. “Ho avuto una perdita al magazzino e sono andato sotto, quant’è vera l’anima di mio padre. Ho speso 250mila euro”. “Stai calmo, stai troppo agitato. Te l’ho detto che se non eri tu, stamattina che ti combinavo”, prova a tranquillizzare Smarrazzo. “Gli zingari mi hanno fatto 50mila euro di danni”, prosegue la vittima, continuando a elencare le sue difficoltà economiche. “Va bene – taglia corto Sce’ Sce’ – basta, il regalo lo devi mandare, o frat, perché si spande la voce. Quando lo porti?”. “Guagliu’, lo devo apparare”, replica il commerciante. A quel punto sbotta Aniello, infastidito: “Non è che ci devi far prendere collera con un regalo che non mi serve”. “Nello, che devo mandare?”. “Col tuo cuore”, chiosa il boss.

Il negoziante, messo alle strette, espone altri problemi economici per ridimensionare la richiesta estorsiva: “Mi sono preso ventimila euro in mano a uno con gli interessi. Pago 1200 euro al mese solo di interessi, capitemi a me”. Smarrazzo cerca di venirgli incontro: “Allora vedi tu e la coscienza tua”. Il commerciante lancia un prezzo: mille euro. Aniello rilancia a 5mila. Il negoziante allora cerca di impietosire ulteriormente il figlio di Paparella, con la voce tremante: “Nello, non li tengo. Li devo comprare, quant’è vera l’anima di mio padre”. L’incontro si conclude con un accordo: mille euro da consegnare il sabato successivo.

Quando il commerciante esce dalla stanza, Smarrazzo e Di Biase si confrontano. Il figlio di Paparella si lamenta del fatto di aver condotto il commerciante a quell’ora a casa. Smarrazzo si giustifica: “Ma com’è che l’ho portato a fare? Quello io sono andato per picchiarlo, come mi ha visto ha detto ‘No, Mimmu…no’. Quando ha visto me, tremava. Quello ha capito ‘questo ora mi riempie di mazzate'”. Poi la discussione si interrompe e verte su altre richieste estorsive che i due devono intraprendere sulla circumvallazione esterna.